Il bere problematico e l’alcolismo a Brescia

Uscita Undicesima – 2.2 – I DISTURBI ALCOL CORRELATI BRESCIA

2.2 – Capitolo secondo Il bere problematico e l’alcolismo, titolo che può sembrare superato rispetto ad alcune evoluzioni nel mondo dei Club italiani che sembrano avere abbandonato questa terminologia, almeno per una parte maggioritaria che si è definita come Associazione dei Club Alcologici Territoriali.

In realtà la modifica di un nome non significa che il fenomeno al quale si riferisce non esista più, ma che quel nome è insufficiente a rappresentarlo o lo distorce introducendo elementi di negatività e di pregiudizio.

Il cambiamento di un nome non è mai garanzia di un reale cambiamento di significato, come ben evidenziato nell’editoriale del numero di ottobre 1987 del British Journal of Addiction, con il successivo dibattito. Viene evidenziata l’ambivalenza del termine problem drinker che può riferirsi a chi beve perché ha problemi, oppure a chi produce problemi a sé stesso o al prossimo bevendo o, ironizzando, chi ha difficoltà a bere.

Si evidenzia che la parola alcolismo è generica e scientificamente insignificante e quindi dovrebbe essere abbandonata. Ma non trovando un termine migliore viene suggerito di mantenerla, impegnandosi a cambiarne il significato.

È quanto realizza Hudolin in questo articolato paragrafo nel quale riesce a descrivere la molteplicità degli aspetti inclusi nel bere problematico e nell’alcolismo).

2.2.a Introduzione Danilo Salezze responsabile della Comunità San Francesco di Monselice (Padova) – servitore insegnante di Club

È impegnativo riprendere un testo che contiene espliciti riferimenti al cosiddetto «alcolismo» fin dal titolo. E la difficoltà cresce di fronte alle puntuali e articolate descrizioni di Hudolin relativamente ad un fenomeno molto complesso e per molti aspetti attuale, ovvero il bere problematico e l’alcolismo, fenomeno quest’ultimo che peraltro sembra essere stato superato, nella sua terminologia, dalla scelta di abbandonare il termine «alcolismo» ma anche «alcolista» nonché il termine «dipendenza» secondo una larga sensibilità manifestata dai partecipanti al Congresso Nazionale dei Club Alcologici Territoriali di Paestum del 2010. In realtà le pratiche di lavoro con le persone con problemi alcolcorrelati e complessi sono andate spesso in direzione talora opposta a quella tracciata dalla metodologia hudoliniana.

Oggi sembra prevalere ancora — e i Club ne sono coinvolti più o meno consapevolmente — il modello del cosiddetto «alcolismo» come malattia, sempre più identificata con i meccanismi neurobiologici della «dipendenza» e dell’addiction, del «discontrollo», dell’impulso, del danno cerebrale relativo all’intenzione e alla volontà della distorsione delle modalità espressive del desiderio, identificato con il craving.

I Club degli Alcolisti in Trattamento (oggi Club Alcologici Territoriali) vengono proposti da Hudolin nel 1964 con una coraggiosa variante sistemica rispetto all’interpretazione del bere problematico e l’alcolismo come malattia.

A questo fa seguito alla metà degli anni ‘80 una revisione critica del concetto di alcolismo stimolato dalle società scientifiche britanniche del campo medico e psichiatrico, con la stesura di due rapporti dai titoli significativi:

Alcohol and Alcoholism del 1985 e Alcohol Our Favorite Drug del 1986. L’attenzione si sposta progressivamente da una precisa categoria definita «alcolismo» come fenomeno e «alcolista» come protagonista del fenomeno ad un fenomeno complesso relativo ad un comportamento umano che riguarda la maggioranza della popolazione: il consumo generale di bevande alcoliche con relativa base culturale, interessi economici, meccanismi culturali sottesi, piaceri, danni e rischi.

Hudolin anticipa e accompagna il dibattito scientifico internazionale, non solo alcologico, ma anche della salute mentale ed esistenziale. Di fatto si assiste ad uno spostamento di interesse da una categoria ritenuta deviante e patologica ad una visione che cerca di mettere insieme, con una lettura sistemica, non solo riferita al sistema familiare ma anche alla società nel suo molteplice modo di esprimersi, un comportamento umano che necessita di forme di regolamentazione e di formazione all’etica e una condizione fisiologicamente umana rappresentata dall’esperienza esistenziale della sofferenza che, inevitabilmente riguarda tutti nel corso della vita.

Il titolo del capitolo «Il bere problematico e l’alcolismo»

rappresenta un passaggio fondamentale, attuale, per comprendere il rapporto e la continuità tra il comportamento del bere e la problematicità espressa, e in particolare quella condizione esistenziale che continua a essere identificata con la parola «alcolismo» sia in ambito professionale che nella cultura generale della popolazione.

Il merito di Hudolin è stato quello di aver concretizzato l’evoluzione scientifica del suo tempo e aver individuato il cuore del problema al di fuori della psichiatria e delle pratiche mediche, collocandolo nella dimensione esistenziale e culturale.

In questo ha saputo interpretare in modo estremamente efficace il concetto semplice di salute introdotto dall’OMS e che parla di equilibrio fisico, psicologico, sociale. Equilibrio che riconosce un contributo da parte delle conoscenze in campo medico, ma solo per una piccola parte, introducendo la multidimensionalità del benessere e della sofferenza umana.

Il bere problematico e l’alcolismo vanno ricondotti alla rottura di questo equilibrio

squilibrio che può essere precedente, accompagnare o essere successivo al comportamento del consumare bevande alcoliche, che possono essere un fattore causale, o casualmente interferente oppure correttivo di una sofferenza dell’anima, il disagio spirituale del nostro tempo, l’incapacità di accettare sé stessi.

Disagio spirituale che impone una diagnosi che deriva dalla conoscenza della persona nel suo contesto relazionale attraverso la costruzione di un rapporto empatico. Il superamento del concetto di alcolismo in quanto etichetta generica e carica di pregiudizi, e l’evidente difficoltà esplicativa del termine «bere problematico», viene ben evidenziato nell’editoriale del British Journal of Addiction dell’ottobre 1987, dal titolo significativo «No “Alcoholism”, please, we’re British».

L’editoriale viene commentato nello stesso numero della rivista da Klaus Makela, «Alcoholics and other Drunks», il quale analizza l’insufficienza del termine alcolismo, del quale è necessario cambiare il significato. Interessante quanto viene proposto dalla rivista Addiction in un supplemento monografico sui criteri diagnostici relativi ai problemi correlati all’uso di alcol e altre droghe.

Nell’articolo dal titolo «Taking account of cultural and societal influences on substance use diagnoses and criteria» si legge questa considerazione relativamente alle affermazioni di Jellinek nel suo ultimo scritto sull’alcolismo: «La sua ultima definizione ha allargato la cornice dell’“alcolismo”, cosa che ha perso gran parte del suo specifico significato: ogni uso di bevande alcoliche che causi danno all’individuo o alla società o a entrambi».

Il problema, nella complessa realtà dell’alcolismo e/o del bere problematico e l’alcolismo

, non è nel banale comportamento del consumo di bevande alcoliche, ma nel disagio spirituale ed esistenziale per il quale il consumo di bevande alcoliche è un ingannevole correttivo, una scorciatoia errata che evidenzia la difficoltà rappresentata dall’incapacità di accettare sé stessi, di trascendere la centralità dell’Io, di riconoscere nell’altro il fondamento di un’etica personale e relazionale. Difficoltà che non può essere ridotta ad una caratteristica specifica dell’alcolista, e che non può neppure essere identificata con una semplice categoria.

Si tratta di una difficoltà spirituale/esistenziale che riguarda tutti e in particolare, quando ci si confronta, nei diversi cicli evolutivi della vita, con la dimensione dell’amore, con le sue ferite, con la necessità di imparare l’empatia. L’alcol è importante in quanto inganno attraente al quale ci si può sottrarre solo astenendosi, punto di partenza di un cammino di crescita e maturazione che tenda alla sobrietà, trascendenza di stile di vita.

Ci si deve muovere nella dimensione della formazione della persona che scopre la gioia di appartenere, liberandosi dalla tristezza e dalla pesantezza del bisogno, insaziabile, di possedere. Questo è il senso del lavoro antropospirituale portato avanti dai Club, attuabile per trasformare in senso positivo qualsiasi forma di intossicazione, temporanea o permanente, episodica o continuativa.

Il bere problematico e l’alcolismo

Hudolin iniziò a introdurre una riflessione sull’«antropospiritualità», o «spiritualità antropologica», all’inizio degli anni ’90 approdando ad un primo convegno sul tema a Padova nel 1992 e al primo Congresso di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale ad Assisi nel 1993, preceduto nella stessa località da un corso di formazione all’insegna di una spiritualità antropologica «ecumenica», multireligiosa e multiculturale.

In tutti gli appuntamenti formativi da lui diretti Hudolin andava perfezionando i concetti di «multi dimensionalità» della persona; di multifattorialità della salute e della malattia, della gioia e della sofferenza; «spiritualità antropologica», «etica del lavoro», di «trascendenza del comportamento»; «meditazione», «interdipendenza», «bene comune», ecc. E una nuova terminologia: «problemi alcol-droga correlati» invece di «alcolismo» e di «tossicodipendenza»; «servitore-insegnante» al posto di terapeuta/ operatore»; «sobrietà» anziché «astinenza», ecc.

Hudolin apriva così ad un pensiero complesso: «Non si può più parlare solo dei problemi alcolcorrelati, ma di una complessità della sofferenza nella quale un posto tutto particolare dovrebbe avere l’approccio antropospirituale che vede la spiritualità antropologica come un insieme della cultura sociale umana» (NdR Vl. Hudolin, Atti Congresso di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale, Assisi 1993).

«Spiritualità antropologica», intesa come caratteristica umana, al di là di ogni differenza religiosa e culturale, e anche come «la cultura umana generale esistente».

Dunque trattare di alcolismo, o di bere problematico, significa paradossalmente (quasi) occuparsi della persona e dei suoi sistemi interiori ed esteriori di riferimento, lasciando sullo sfondo il comportamento del bere tutto sommato superabile con facilità soprattutto in presenza di gravi intossicazioni e sofferenze.

Il prof. Hudolin ripeteva costantemente che il problema non è la sostanza alcol in sé quanto il suo significato spirituale/esistenziale.

Hudolin introduce il concetto di «disturbo spirituale ed esistenziale» che «non è specifico delle persone con problemi alcolcorrelati e complessi ma si riscontra nella situazione odierna di molte persone nelle comunità di tutto il pianeta». E, cosa sempre da imparare a fare: «Bisogna diagnosticarlo precocemente e non confonderlo con altri problemi psichiatrici o somatici. In Croazia abbiamo visto come la guerra può produrre problemi antropospirituali».

Il bere problematico e l’alcolismo

Tale disturbo spirituale/esistenziale, che i servitori insegnanti (e tutti gli altri nel Club) devono «captare precocemente» (NdR Vl. Hudolin, Atti Congresso di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale, Assisi 1994) si manifesta quotidianamente «nella non accettazione di sé stessi, del proprio comportamento, del proprio ruolo nella comunità, nella cultura sociale esistente». Con la sottolineatura che spesso tale disagio è «accompagnato da un senso di impotenza e di incapacità di interpretarlo».

In tutti questi anni Assisi ha voluto essere cassa di risonanza proprio di questo invito di Hudolin: «I Club devono dare ampio spazio alla verbalizzazione del disagio spirituale, e non di malavoglia, ma rispondendo ad uno stimolo alla crescita e alla maturazione continua». Se si vuole autenticamente approfondire nel Club il tema del bere (problematico o alcolismo) è forse più produttivo astenersi dal giudizio qualora il consumo persista, come anche è meglio non enfatizzare troppo, come se si trattasse di un successo, l’iniziata astinenza, senza tuttavia smettere di incoraggiare le persone verso tappe più avanzate.

Al Club si deve parlare di altro, e cioè del disagio spirituale ed esistenziale che riguarda tutti indistintamente e che nessuna disciplina né umanistica, né scientifica, né religiosa può pretendere di monopolizzare.

Trattare invece il consumo di alcolici nella popolazione generale significa porre al centro un comportamento ordinario, culturalmente ben radicato e promosso come un uso gradevole e piacevole, e problematizzarlo proprio nella sua presunta normalità e inattaccabilità.

Si evidenzia così che il vero bere problematico e l’alcolismo, in termini di danni prodotti, dal livello biologico a quello sociale ed economico, è il consumo medio della popolazione che riguarda la stragrande maggioranza che non presenta segni evidenti di devianza, ma che sviluppa piccoli danni su larga scala, con scarse convincenti ragioni per scegliere l’astinenza oppure, quanto meno, la riduzione del bere.

L’accanimento sui cosiddetti devianti, pressoché inutile e molto spesso tardivo, come è accennato anche nel testo di Hudolin, deve lasciare spazio ad uno sforzo per modificare il comportamento del bere, anche quando è quantitativamente quasi insignificante e non correlabile a danni, che risultano a occhio nudo inesistenti. In questo caso il porre al centro il comportamento del bere nei bevitori che si ritengono e sono ritenuti «moderati» o «normali», e quindi un bere non problematico, svela il rapporto stretto e la continuità tra normalità e devianza, un continuum troppo poco considerato.

Questo non può farlo su vasta scala il Club, ma può sperimentarlo al proprio interno coinvolgendo nella discussione sul bere problematico e l’alcolismo e il comportamento dei familiari che troppo spesso si sentono le vittime dell’alcolismo di un loro membro.

Ritorna a questo proposito la questione di una nuova informazione e formazione del territorio rispetto ai problemi alcolcorrelati che si concretizza nelle cosiddette scuole territoriali, soprattutto quelle rivolte alla popolazione definita normale, (NdR F. Marcomini e A. Noventa (a cura di), La Comunità Terapeutica e Prospettive Future, Padova, Laboratorio Ricerche, 1985) quella in cui sta la stragrande maggioranza dei moderati che paradossalmente sono i portatori non sani, in quanto inconsapevoli, di molteplici micro e macro problemi.

Il capitolo «Il bere problematico e l’alcolismo» riflette lo stile di Hudolin, sempre molto preciso, attento al dettaglio e alle sfumature.

La lunga descrizione del primo colloquio è un esempio formidabile di un approccio umanistico che riconosce il valore e il dovere etico di sviluppare le singole competenze professionali.

Hudolin parlerà ancora molto del primo colloquio considerandolo come il luogo propizio per individuare empaticamente il disturbo spirituale ed esistenziale della famiglia, cosa che richiede da parte del servitore insegnante un grande impegno formativo.
Hudolin ci ha condotti, con saggezza e senza negare il valore della cultura e della scienza, fuori dai ristretti ambiti disciplinari delle pratiche mediche e psichiatriche e ci ha invitati a trattare la sofferenza umana contenuta nel fenomeno dell’«alcolismo e del bere problematico» con competenza e disponibilità permanente alla formazione sul disagio spirituale che è fisiologico all’esserci in questo mondo, pellegrini fragili e sempre in cammino.

Ho incontrato la prima volta Hudolin nel 1984 ad un convegno a Monselice (PD) sulla «Comunità terapeutica» organizzato insieme al confratello padre Luciano Massarotto dalla mia Comunità S. Francesco in collaborazione con Franco Marcomini e Andrea Noventa. Ho imparato così che anche l’alcol era in tutto e per tutto una droga, un «tossico»; ne conoscevamo già gli effetti negativi nelle persone e nelle famiglie, non sfuggivano le combinazioni alcol droga e l’intercambiabilità del loro uso, ma ci mancava la consapevolezza «scientifica» che la questione alcol (che ci assillava) non poteva essere affrontata in termini di «alcolismo», di «problematicità del bere» o di «moderazione», ma solo ponendo in questione il semplice «bere».

Ponendo come assolutamente centrale la questione alcologica, siamo stati in grado di iniziare un cammino di comunità integralmente drug free. Anche per la Comunità S. Francesco pertanto il «bere problematico» equivale semplicemente al «bere», bere a prescindere da quantità, legalità e prevalenza.

L’esperienza di molti anni ci assicura abbondantemente che solo la sobrietà alcolica garantisce anche una sobrietà circa le altre sostanze d’uso; inoltre ci conferma che la sobrietà di tutta la famiglia dove si è vissuta la sofferenza a causa della droga è indispensabile in quanto innesca un cambiamento relazionale in cui tutti diventano responsabili di qualcosa che li riguarda personalmente e cioè il rapporto con una droga. E questo occuparsi innanzitutto del proprio stile di vita permette il superamento della distinzione tra «chi è nel problema e chi non lo è», tra chi può permettersi un uso moderato e chi meno, e di mettersi d’accordo sul fatto che l’aggettivo «problematico» non va affiancato agli sviluppi temporali ma al primo gesto di un uso di sostanza qualunque essa sia.

2.2.b – Capitolo secondo Hudolin: Il bere problematico e l’alcolismo

L’alcolismo tende a essere considerato una malattia, che investe sia la sfera sociale che quella più propriamente sanitaria, cui si dà il nome di malattia alcolica (NdR Il concetto di malattia, qui richiamato da Hudolin, non è un semplice richiamo alle altrui opinioni e paradigmi, ma una sottolineatura della sua singolarità e allo stesso tempo ci ricorda che ogni sofferenza umana, ogni malattia, contiene aspetti sanitari, sociali, ambientali, affettivi, antropospirituali). In questo senso si sono pronunciate le organizzazioni e le associazioni dei medici di molti Paesi. L’American Medical Association, l’associazione dei medici americani, nel 1986 ha pubblicato un lavoro su questo tema. Pubblicazioni analoghe sono uscite in molti altri Paesi (Deutsche Hauptstelle gegen Suchtgefahren, 1986; Malignac G., 1979; Hudolin Vl., 1982).

L’associazione dei medici della Croazia ha costituito una sezione per Il bere problematico e l’alcolismo e le altre dipendenze.

Dopo la costituzione di analoghe sezioni nelle altre repubbliche e in diverse regioni della Jugoslavia è stata costituita, all’interno dell’Associazione medica jugoslava, l’Associazione per l’alcolismo e le altre dipendenze. (NdR Ancora oggi il campo alcologico e delle questioni relative ai problemi correlati all’uso di droghe o ad altri disordini del comportamento trova spazio nell’ambito della medicina attraverso forme associative, nate in ambito medico, ma che non si traducono in aree specialistiche autonome. Ci può essere qualche sfumatura con la psichiatria o con la medicina preventiva. Questo deve incoraggiare a costruire identità multiprofessionali a forte impronta umanistica e culturale, senza per questo rinunciare all’aspetto scientifico che Hudolin richiama costantemente).

La tendenza più recente è di superare il concetto di malattia.

Si preferisce parlare dell’alcolismo come di una fase comportamentale, o come di un modo particolare di rapportarsi ad un fatto ben preciso, il bere alcolici. La tradizionale classificazione dei disturbi alcolcorrelati comincia finalmente a essere messa in discussione e in particolare la classificazione dei disturbi alcolcorrelati nel gruppo dei disturbi psichiatrici. Bisogna cioè chiarire bene che Il bere problematico e l’alcolismo non è un disturbo psichiatrico, non è una malattia mentale.

Nello schema che segue si può osservare l’andamento delle diverse modalità di consumo delle bevande alcoliche.

Distinguiamo diverse fasi: il cosiddetto bere moderato, il bere problematico, l’alcolismo e infine la morte, conseguenza tragica dei disturbi alcolcorrelati. Nessuna di queste fasi, va detto, costituisce, di per sé, malattia. Però non possiamo neanche dire che costituiscano situazioni di salute. La salute è uno stato di benessere, fisico, psichico e sociale, che può costantemente essere migliorato.

Il bere, invece, è un comportamento a rischio e può, in caso di alterazioni fisiche o di disturbi psichici, tradursi in malattia (NdR «Tradursi in malattia» assume il significato di usura del corpo e dello spirito che può condurre a danni biologici che devono essere curati, ma non identificati con il fenomeno dell’alcolismo che rimane un comportamento, uno stile di vita che può essere superato, ma non curato, del quale è necessario prendersi cura per ripercorrere un cammino nocivo. Può capitare che la ripresa del cammino si accompagni alla presenza della malattia con una correlazione che può essere causale o casuale).

Non a caso, ad esempio, la durata media della vita di un alcolista è, in Croazia, di 53 anni.

Le diverse fasi nel consumo di bevande alcoliche

Astinenza, il Bere moderato, Il bere problematico e l’alcolismo, la morte

Fatte salve alcune eccezioni, il consumo eccessivo e prolungato nel tempo di bevande alcoliche può condurre all’alcolismo (NdR In questa frase vi è una lezione di realismo che riconosce che l’alcol in sé è un fattore di rischio, ma la quantità, la frequenza e il tempo del consumo sono elementi non trascurabili. Anche in questo caso viene evitato qualsiasi riduzionismo che può spingere a forme di esagerazione). Alcuni soggetti che presentano particolari caratteristiche psicofisiche, diventano alcolisti più rapidamente di altri (NdR Viene introdotta la possibilità che possano esistere condizioni psicofisiche, non necessariamente genetiche, ma che possono derivare da una particolare espressività genetica o epigenetica, che rendono la persona più fragile o sensibile a sviluppare il fenomeno alcolismo. Resta implicito che tali fragilità possono essere determinate, in gran parte, da condizionamenti culturali, relazionali e affettivi).

Sempre più frequentemente vengono descritti casi di alcolismo fra i tossicodipendenti che hanno smesso di far uso di eroina e fra i tossicodipendenti in cura con il metadone (NdR Il rapporto tra oppiacei e alcol viene spesso, troppe volte sottovalutato.

Le terapie sostitutive all’uso di oppiacei dovrebbero suggerire di proporre sempre uno screening e un programma alcologico, non necessariamente inviando al Club alcologico territoriale o altro gruppo, ma in ogni caso nell’ottica dell’approccio ecologico sociale). In questi casi, secondo il parere di alcuni autori (Roghmann R., 1988), la dipendenza dall’alcol si sviluppa in tempi più brevi. È una circostanza, questa, che si riscontra anche nei soggetti gastro resecati.

L’alcolismo si manifesta con una progressione ben precisa.

La fase iniziale è caratterizzata dal consumo di quantità sempre crescenti di alcol, Il bere problematico e l’alcolismo nei confronti del quale la tolleranza aumenta. È questa la fase del cosiddetto bere sociale, dell’alcol bevuto solitamente al di fuori dell’orario di lavoro, spesso in compagnia. Non vi sono ancora alterazioni significative nell’ambito familiare e nell’ambiente sociale e lavorativo.Successivamente, quando l’alcolismo comincia a manifestarsi, la persona beve prima di andare al lavoro, beve poi piccole quantità nell’arco di tutta la giornata, anche durante l’attività lavorativa, per continuare la sera, fino, a volte, a ubriacarsi.

Non è questo naturalmente l’unico modello possibile; esistono altre modalità di comportamento dell’alcolista. Vi è chi si ubriaca frequentemente nell’arco della giornata; oppure, chi si assenta dal lavoro per andare a bere, e molti altri modelli di comportamento disturbato dal bere problematico e l’alcolismo.

Nella fase iniziale dell’alcolismo non sono infrequenti le amnesie. Caratteristiche di ogni stato acuto di ubriachezza, le amnesie si presentano in questa fase già dopo aver assunto quantità di alcol molto minori di quelle che prima venivano sopportate senza problemi. L’alcolista perde ben presto la capacità di controllo della quantità ingerita e può andare incontro inoltre a numerosi disturbi di carattere sia medico che sociale. Questa descrizione del progressivo manifestarsi dell’alcolismo è ormai classica (NdR Si tratta del quadrilatero di Jellineck. La perdita del controllo sul consumo dell’alcol, sull’impulso a bere, anche quando è vivente la necessità di smettere, può rappresentare l’indicatore più sensibile per descrivere l’alcolismo che tuttavia non è scindibile dal percorso attraverso il quale tale alcolismo si sviluppa. Si tratta della realistica descrizione di un evento che conosce fasi diverse).

Per esemplificare, si può ricorrere allo schema seguente:

Schema di sviluppo del bere problematico e dell’alcolismo. La linea sottile indica il percorso della tolleranza; A e B segnano il passaggio da una fase all’altra del consumo delle bevande alcoliche.

In diverse culture il consumo sociale dell’alcol ha inizio molto presto. Già da bambini capita di bere quantità, se pure minime, di alcol; ciò può succedere già nella fase prenatale, se la madre beve durante la gravidanza (NdR Viene solo accennata una realtà ben presente oggi a livello internazionale, cioè la gamma dei disordini alcol fetali, ma che risulta ancora assente nei programmi di promozione della salute relativamente ai problemi alcolcorrelati. L’approccio ecologico sociale, con la collaborazione dei Club può svolgere un ruolo molto importante su questo aspetto).

La fase sociale è la fase dell’assuefazione all’alcol: quanto più si beve, tanto più aumenta la tolleranza verso l’alcol, fino a raggiungere un determinato livello, che è specifico per ogni individuo, dove inizia l’alcolismo.

Dipendenza: Il bere problematico e l’alcolismo

Il passaggio dal consumo di alcol che abbiamo definito sociale, cioè da quella modalità di consumo che è ancora considerata accettabile dal gruppo, all’alcolismo vero e proprio, è segnato dal manifestarsi del fenomeno della dipendenza alcolica, cui si accompagna la fine della crescita della tolleranza, e dalla comparsa di una serie di disturbi di carattere sia medico che sociale. Questo momento è quello che abbiamo indicato con la lettera A nello schema precedente. Il segno più caratteristico di questa fase di passaggio è l’evidente mutamento della personalità dell’alcolista. In questa fase si manifestano alcuni sintomi caratteristici e compaiono le prime lesioni a carico di alcuni organi.

A questo punto dello sviluppo della malattia alcolica, la prognosi diventa molto seria.

Va detto che, anche se si riesce a far iniziare il trattamento, anche se si ottiene l’astinenza dal bere, anche se si raggiunge un determinato grado di riabilitazione sociale, nella maggior parte dei casi l’alcolista non sarà comunque in grado di riacquistare il proprio ruolo nella comunità (NdR Saggiamente Hudolin ci ricorda che ci sono condizioni nelle quali non è pensabile poter ottenere i «risultati» attesi, pur rimanendo all’interno dei programmi dell’approccio ecologico sociale. Questo dovrebbe suggerire di non coltivare il delirio di onnipotenza e neppure una rassegnata delusione, ma di porsi con questo atteggiamento dello spirito: «Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere»).

La fase successiva è segnata dall’apparizione di lesioni irreversibili.

È quella che abbiamo indicato con la lettera B nello schema. È questa la fase in cui molti alcolisti hanno gravi problemi all’interno del nucleo familiare, problemi che molto spesso finiscono per provocare la disgregazione della famiglia stessa.

La fase delle lesioni irreversibili è annunciata da diversi segnali caratteristici. Il più tipico è dato dalla brusca caduta della tolleranza all’alcol o, per dirla in altri termini, da una accresciuta sensibilità nei suoi confronti. L’alcolista che si reca dal medico quando si trova in questa fase, in genere lamenta numerosi disturbi e in particolare una generale debilitazione.

Per descrivere questo suo stato, e per evitare che il medico possa sospettare della vera natura dei suoi mali, l’alcolista di solito spiega che, proprio a causa di questo suo stato, non è più neppure in grado di bere. E rincara la dose, asserendo che, mentre un tempo tollerava grandi quantità di alcolici, ora finisce per ubriacarsi con quantità anche minime di alcol.

È da sottolineare anche un’altra caratteristica dell’alcolista, la tendenza all’invecchiamento precoce.

L’alcolista, di solito, appare molto più vecchio di un coetaneo che non beve. Questo è un aspetto così caratteristico dell’alcolismo che un medico, con una certa esperienza, sa riconoscere benissimo un alcolista, anche solo dopo aver scambiato con lui poche parole. È da notare il fatto che l’alcolista che smette di bere ringiovanisce molto rapidamente. Questo a patto che non si trovi già in una fase così avanzata per cui il suo stato sia ormai irreversibile (NdR Viene ancora una volta sottolineato l’aspetto della irreversibilità che deve essere accolta nei programmi alcologici con serenità e senso della realtà).

Il quadro clinico dell’alcolismo è generalmente noto. Non c’è organo che non possa essere danneggiato. Gli alcolisti, come chi ha sviluppato una dipendenza da altre sostanze, possono essere divisi classicamente in due gruppi distinti, a seconda che la loro dipendenza sia psichica o fisica (NdR Hudolin mette in discussione la dicotomia tra fisico e psichico, tra biologico e spirituale, tra materiale e immateriale.

È consapevole che questa distinzione, tutta cartesiana, è ben presente sia nelle discipline scientifiche e nei saperi e pratiche professionali, sia nel senso comune. Hudolin non apre una dissertazione filosofica, bensì propone la sintesi antropospirituale, in cui la parte spirituale e la parte biopsichica formano un unicum inscindibile).

La dipendenza psichica si esprime di solito con la perdita della capacità di controllo sulla quantità di alcol ingerito.

Chi ha sviluppato questo tipo di dipendenza, dopo il primo bicchiere non è più in grado di smettere e continua a bere fino ad una forte ubriacatura. Da sobrio può astenersi dal bere per un certo periodo di tempo, ma al primo bicchiere, di nuovo non saprà più fermarsi e finirà nuovamente in uno stato di grave ubriachezza.È da notare che questi soggetti, nonostante perdano, se cominciano a bere, il controllo della quantità di alcol assunta, possono comunque astenersi dal bere per un certo lasso di tempo. Il fatto di dipendere psicologicamente dalla sostanza li spinge a cercare l’aiuto dell’alcol ad ogni minima difficoltà che incontrano; e una volta preso il primo bicchiere, non sanno più dire di no. È probabile che nel radicarsi di questa dipendenza nell’individuo influiscano anche fattori ambientali e culturali.

Il bere problematico e l’alcolismo

L’esperienza quotidiana insegna però che di rado il quadro della dipendenza alcolica è così semplice. Nella realtà si incontrano sempre soggetti in cui sono presenti, variamente combinate, dipendenza psichica e dipendenza fisica. Inoltre, il quadro clinico può essere complicato anche dalla presenza di patologie organiche e di disturbi psichici.

La dipendenza fisica, a differenza di quella psichica, si esprime con l’impossibilità dell’astinenza (NdR Il riferimento è a un danno che può prodursi nel lungo periodo e che in nessun caso è identificabile con il bere problematico e con l’alcolismo, ma ne fa parte come possibile e non frequente conseguenza tant’è che attualmente si preferiscono non usare affatto il termine «dipendenza»). Chi sviluppa questo tipo di dipendenza è costretto a bere tutti i giorni una determinata quantità di alcol, a cominciare dal mattino presto. In questi soggetti, al diminuire della concentrazione di alcol nel sangue, cominciano a manifestarsi i sintomi dell’astinenza: tremore, affanno, inquietudine, agitazione, cefalea, nausea, vomito, disturbi digestivi, depressione, ecc. Anche il delirium tremens può essere sintomo di astinenza.

Anche se l’astinenza completa gli è impossibile, l’alcolista spesso non perde la capacità di controllo della quantità di alcol assunto. Però ne è condizionato a tal punto da non trovarsi quasi mai in uno stato di sobrietà, tantomeno la sera, quando anzi sarà molto spesso ubriaco. Questo è il tipico modo di bere degli alcolisti nei Paesi mediterranei.

I due tipi di dipendenza, l’abbiamo detto, si combinano poi in modo vario in soggetti diversi. Di solito, la prima a manifestarsi è la dipendenza psichica. Questa può in un secondo tempo divenire dipendenza anche fisica.

Se guardiamo all’alcolismo considerando i suoi risvolti sociali, possiamo distinguere due fasi. La prima fase è quella in cui l’alcolista cerca di salvaguardare la stima di cui ancora gode all’interno del gruppo sociale e dell’ambiente di lavoro. In famiglia, invece, egli non può nascondere la propria dipendenza dall’alcol. È per questo che proprio all’interno del nucleo familiare si risente maggiormente del disagio di questa situazione, che il più delle volte porterà alla disgregazione della famiglia.

Per sopravvivere, il gruppo familiare deve adattarsi alla situazione; vengono messi in discussione i ruoli di tutti i membri, e cambiano, spesso in modo radicale, le interazioni all’interno della famiglia (NdR È descritto l’adattamento del sistema familiare intorno all’alcolismo di un suo membro. La ragione del necessario cambiamento familiare, approccio e non terapia familiare, è proprio in questa «normalità» funzionale e omeostatica. La famiglia deve essere rassicurata che non è la causa del problema che si è generato al suo interno, così come non lo è l’alcolista, ma tutti ne fanno parte, contribuiscono e possono concorrere a risolverlo, modificando le regole del funzionamento familiare). Se l’alcolista è il padre, il suo ruolo diventerà marginale e assumerà maggior peso il ruolo della madre.

I figli verranno ad assumere dei ruoli che altrimenti non avrebbero mai assunto. Oppure li dovranno assumere molto prima di quanto ciò normalmente avviene. Proprio per questo, si potrebbe definire questa fase come la fase delle «patologie familiari». A scopo di esemplificazione, abbiamo volutamente descritto soltanto alcuni possibili ruoli all’interno della famiglia. Ricordiamo però che altrettanta o forse maggiore importanza hanno le interazioni fra tutti i membri della famiglia. Su questi aspetti torneremo nel capitolo dedicato al trattamento dell’alcolista e della sua famiglia.

Abbiamo visto come i membri della famiglia debbano adattarsi alla nuova situazione data dalla presenza dell’alcolista.

Il cambiamento non è sempre indolore. Per questo, anch’essi, nella maggior parte dei casi, presentano determinati disturbi. Occorrerà tenere presente questo aspetto quando si inizia il trattamento con l’alcolista.

Dovrà infatti essere instaurato anche un rapporto con il gruppo familiare, che si tradurrà poi in un vero e proprio trattamento anche della famiglia dell’alcolista (NdR Il «vero e proprio trattamento anche della famiglia dell’alcolista» apre la prospettiva di competenze e servizi che integrino il lavoro del Club. Per le indicazioni farmacologiche può essere facile, ma per le terapie dello «spirito» attraverso lo strumento della parola e della relazione la situazione si fa complessa in quanto si richiede continuità e sinergia negli approcci).

Oggi si è dell’opinione che anche facendo prevenzione si deve usare un approccio sistemico familiare (NdR Questo interessante concetto non è mai stato approfondito). Nell’affrontare il problema, si guarderà così non solo al nucleo familiare ristretto, ma anche alle realtà che a diverso titolo interagiscono con la famiglia, fino a comprendere anche la comunità locale e l’ambiente di lavoro.

Nella seconda fase dell’alcolismo,

l’alcolista non riesce più a mantenere il proprio ruolo nel gruppo sociale, né nel mondo del lavoro. È questa la fase che viene indicata come quella delle «patologie sociali». È la fase in cui l’alcolista perde la stima del gruppo sociale e dell’ambiente di lavoro e la propria posizione economica. Se la famiglia ha retto all’urto del disagio e della sofferenza patiti in quella che abbiamo visto essere la prima fase, può darsi che finisca per sfasciarsi in questa seconda fase.

Se il trattamento ha inizio in questa fase, è assolutamente necessario coinvolgervi, oltre che il gruppo familiare, anche i membri dei gruppi sociali con i quali l’alcolista interagisce abitualmente (NdR L’allargamento del coinvolgimento sistemico, indicato da Hudolin, rappresenta un aspetto rimasto decisamente incompiuto e che definisce in modo evidente il carattere sociale dell’approccio ecologico hudoliniano). Di regola, l’alcolista trascura la famiglia, non è in grado di fornire ai figli un’educazione adeguata, trascura il lavoro.

La situazione è tanto più grave quanto maggiori sono i problemi in famiglia e sul lavoro.

L’alcolista dipende ormai, sia psichicamente sia fisicamente, dall’alcol. La dipendenza psichica consiste nel non sapersi confrontare con i problemi posti dalla vita, nel non saper affrontare le difficoltà quotidiane, senza ogni volta ricorrere all’alcol. La dipendenza fisica consiste invece nell’assuefazione del metabolismo dell’alcolista all’alcol, cioè nella sua fame di alcol. Nell’alcolista il rispetto delle norme sociali e dei doveri nei confronti della famiglia sono in continua lotta con la dipendenza dall’alcol. Il senso di colpa che nasce da questa conflittualità viene costante-mente represso con l’alcol. Non potendo più tollerare questo conflitto, un certo numero di alcolisti finisce per tentare il suicidio.

Quella che abbiamo descritto è una delle possibili modalità di sviluppo dei disturbi alcolcorrelati. La casistica è assai varia, in quanto nello sviluppo dei disturbi alcolcorrelati hanno peso la personalità dell’alcolista, l’ambiente in cui vive e altri fattori. Attualmente si guarda con attenzione sempre maggiore alle ricerche longitudinali sul bere (Fillmore M.K., 1988). La ragione sta nel fatto che né il concetto di dipendenza, né quello di malattia sono definiti scientificamente e con la dovuta chiarezza (NdR Per questo Hudolin ha insistito sulla terminologia).

L’alcolista non manifesta unicamente disturbi del comportamento. Possono essere presenti anche disturbi della sfera affettiva e della volontà; talvolta si manifesta anche un lieve deficit intellettivo.

Tolleranza

Con il termine tolleranza si indica la resistenza fisica e psichica, la resistenza agli stress psichici, oppure la resistenza a un dato sforzo, sul lavoro, nello sport, o ancora, il rapporto che si ha nei confronti di alcune sostanze, come l’alcol, i narcotici, alcuni farmaci, ecc.; si parla anche di tolleranza alle frustrazioni. Superato un determinato limite di tolleranza, le difese della personalità cedono e si manifesta il conflitto.

La tolleranza dipende da numerosi fattori e può, nel corso dell’esistenza, variare sia in senso positivo che in senso negativo. La tolleranza varia da individuo a individuo, ivi compresi i bevitori moderati); anche in loro si manifesta il fenomeno dell’aumento della tolleranza (NdR L’indicazione di una variabilità individuale della tolleranza, oltre che essere fondata scientificamente, induce a non effettuare semplificazioni). È noto che mentre alcuni soggetti sono in grado di tollerare quantità anche ingenti di alcol senza mostrare chiari sintomi di ubriachezza, altri si ubriacano dopo aver assunto quantità anche minime di alcol. Questa differenza di tolleranza all’alcol in soggetti considerati sani, e comunque non alcolisti, dipende in parte dal tempo trascorso dall’inizio del bere e probabilmente anche da fattori costituzionali, a noi ancora ignoti. Influisce anche sulla tolleranza l’eventuale presenza di patologie funzionali o organiche del cervello.

In rapporto alla tolleranza, lo sviluppo dell’alcolismo può essere distinto in alcune fasi.

La prima fase è quella dell’assuefazione all’alcol. La tolleranza aumenta in modo lento e graduale. Nella fase successiva la tolleranza all’alcol rimane a lungo invariata. Secondo alcuni autori l’aumento della tolleranza all’alcol avverrebbe in presenza di una condizione di ipertrofia del fegato in relazione al fatto che la scomposizione della molecola dell’alcol è svolta dall’enzima alcoldeidrogenasi appunto nel fegato.

Sempre secondo questi autori, la tolleranza comincerebbe a calare nel momento in cui il fegato inizia a diminuire di volume, cioè nella cirrosi epatica. Le ricerche più recenti però hanno dimostrato che il meccanismo non è esattamente questo, salvo il caso limite in cui si ha un particolare aumento della pressione nel sistema della vena porta.

Ricapitolando, l’aumento della tolleranza all’alcol è segno del primo manifestarsi dell’alcolismo; la diminuzione della tolleranza è invece un sintomo assai grave e significativo di passaggio allo stadio più grave e spesso terminale.

La tolleranza all’alcol può subire variazioni anche in seguito al manifestarsi di gravi processi infiammatori o traumatici cerebrali. I soggetti che hanno subito un trauma o hanno sofferto di una malattia cerebrale, devono sapere che corrono dei rischi anche gravi, assumendo quantità anche minime di alcol. Questi soggetti, inoltre, possono diventare dipendenti in tempi relativamente brevi. Per questo motivo va consigliato, a chi ha subito un grave trauma o una malattia cerebrale, la totale e definitiva astinenza dall’alcol.

La tolleranza ha un limite. Di regola, viene fissato in 5‰ il valore limite della concentrazione di alcol nel sangue, oltre il quale avviene il decesso.

La stessa quantità di alcol ha un’azione molto diversa sulla capacità di guida dei veicoli, anche in persone dello stesso peso corporeo. Bisogna tener conto di una molteplicità di fattori. Ad esempio, un individuo emozionalmente stabile, ma in preda ai fumi dell’alcol, potrà guidare meglio, rispetto ad un individuo perfettamente sobrio, ma un po’ lento di riflessi. Un guidatore esperto, anche se un po’ alticcio, reagirà meglio di fronte agli imprevisti, rispetto a un guidatore inesperto (NdR Una sfumatura interessante che dimostra l’interesse di Hudolin per l’approfondimento scientifico che può orientare scelte legislative corrette).

Si ritiene che chi consuma alcol con regolarità lo metabolizzi più rapidamente del consumatore occasionale, non assuefatto agli alcolici. Il primo «reggerebbe» l’alcol più facilmente. L’impossibilità di tollerare l’alcol, come pure la variabilità della stessa, può essere legata a fattori costituzionali (McClearn G.E. e coll., 1979).

Sindrome di astinenza

Con il termine di disturbi astinenziali, o disturbi di svezzamento, o sindrome di astinenza si indicano tutta una serie di disturbi che il soggetto manifesta nel momento in cui sospende l’uso di una determinata sostanza verso cui aveva sviluppato una dipendenza.

Disturbi di tale natura si manifestano in chi sospende l’uso di droghe o dell’alcol. È noto anche il manifestarsi di lievi sintomi di astinenza in chi smette di fumare.

Alcuni autori ritengono il delirium tremens semplicemente una sindrome di astinenza. Nell’alcolista, i disturbi astinenziali si manifestano non necessariamente in concomitanza con il definitivo abbandono dell’alcol; può essere sufficiente una certa diminuzione della quantità di alcol assunta abitualmente perché compaiano i sintomi della crisi astinenziale. Alcuni autori negano l’esistenza di veri disturbi astinenziali e non ritengono che l’alcolista sviluppi una vera e propria dipendenza. Costoro spiegano i fenomeni che si manifestano nell’alcolista che smette di bere come una reazione puramente psicologica.

Sui disturbi astinenziali vale la pena andare a vedere quanto hanno scritto nel 1953 Victor M. e Adams R.D. Riportiamo i principali sintomi delle sindromi astinenziali secondo la classificazione di Johnson R.B. (1961):

  1. Disturbi gastrointestinali: inappetenza, nausea, vomito, diarrea;
  2. psicomotori: tremore, contrazioni muscolari;
  3. della percezione: iperacusia, parestesia;
  4. psichici: agitazione psicomotoria, disturbi del sonno, allucinazioni;
  5. a carico del sistema cardiovascolare e vegetativo: sudorazione, ipertensione, alterazioni nella frequenza del polso.

I disturbi astinenziali possono manifestarsi in forma anche grave. Di solito è presente disidratazione, agitazione psicomotoria, tachicardia, rialzo termico. In casi limite può sopraggiungere il decesso.

La grave agitazione psicomotoria, le crisi epilettiche (Kalinowski L.B., 1942) e il delirium tremens rappresentano i più gravi sintomi astinenziali. Talvolta, prima che subentri il delirio, possono aversi disturbi del sonno, sudorazione notturna, allucinazioni. Lo stato di ansia si placa solo al sopraggiungere del mattino. Queste manifestazioni possono ripetersi anche per più giorni consecutivi. Disturbi astinenziali leggeri si manifestano con cefalea, insonnia, digestione irregolare, dolori vari, lieve delirio accompagnato da uno stato di agitazione. Questi disturbi possono prolungarsi per un periodo piuttosto lungo. In qualche soggetto tendono a perdurare periodici stati di spossatezza, in cui si manifesta il desiderio di riprendere il consumo dell’alcol.

Quando la crisi astinenziale si manifesta in forma grave, è senz’altro consigliata l’ospedalizzazione. Di regola, sarà sufficiente somministrare all’alcolista per alcuni giorni dei tranquillanti e liquidi in grande quantità. Un’attenzione particolare va rivolta all’alimentazione, somministrando se del caso polivitaminici. È sempre importante tenere controllato l’apparato cardiovascolare.

Si è notato che l’alcolista inserito nei programmi territoriali dei Club degli alcolisti in trattamento presenta molto più raramente disturbi astinenziali e che di solito, se si manifestano, i disturbi si presentano in forma più lieve e possono essere superati più facilmente (NdR Importante affermazione che sottolinea la valenza fortemente biologica della dimensione relazionale e affettiva.

Questo dovrebbe spingere i Club a migliorare la qualità del loro lavoro e dei loro programmi in termini relazionali, affettivi e sistemici piuttosto che rifugiarsi nella prescrizione farmacologica per timore delle crisi di astinenza).

La sindrome d’astinenza si può verificare anche nei neonati. Se la madre è alcolista, o comunque ha ecceduto nel bere durante la gravidanza, possono insorgere nel neonato, a distanza di qualche ora o di qualche giorno dalla nascita, gravi sindromi astinenziali. Questi disturbi insorgono perché alla nascita è stata interrotta l’alimentazione materna, e di conseguenza il bambino non riceve più l’alcol che arrivava col sangue della madre.

La quantità di alcol che il bambino riceve con il latte materno non è sufficiente a impedire i sintomi astinenziali, anche se la madre durante il periodo dell’allattamento continua a bere. Si riscontrano manifestazioni analoghe nei neonati figli di madri tossicodipendenti se la madre ha fatto uso di stupefacenti durante la gravidanza. È di fondamentale importanza la diagnosi precoce di questi disturbi, per poter instaurare il più presto possibile la terapia adeguata.

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Un commento su “Il bere problematico e l’alcolismo a Brescia”

  1. Riflessioni Capitolo 11
    (2.2 Hudolin)

    La prefazione di Danilo è piena di esperienza e vissuto,preziosa perché è frutto di un lavoro binario fatto di Club e Comunità di recupero, è da leggere e far propria. Quello che maggiormente mi colpisce è la cruda constatazione della correlazione tra Alcol e Droghe (se ancora qualcuno ne facesse distinzione),e di come sia necessario astenersi sia da uno che dalle altre per poter realmente raggiungere uno stato di sobrietà concreta,insomma,drug-free.Questo è un concetto molto importante ai giorni nostri, perché la multidimensione delle sofferenze è sempre più presente nei clubs,e l’apertura verso le persone con problemi di droghe,di ludopatia, “nomofobia”, abbreviativo di “no-mobile-phone phobia,etc…..deve essere consapevole e ben tracciata da esperienze già vussute,che diano la possibilità ai Servitori Insegnanti di essere veramente”esperti esperienziali”, quindi competenti.
    Il capitolo di Hudolin poi,mi rassicura,sempre in relazione al ruolo che ho al Club,dove afferma senza mezze misure che nessuno è onnipotente, neanche i Clubs, perché a certi danni non vi è rimedio,a certe dinamiche,non vi è soluzione.Ci sono situazioni dove,per il Servitore, è necessario capire che né lui, né la famiglia stessa,ha la famosa bacchetta magica, che si può solo indicare la strada,ma laddove i danni sono irreversibili, non bisogna farsi carico del dolore altrui, bisogna solo,con empatia,capirlo e sentirlo.
    Mi scuote nel finale poi,leggere di bimbi appena nati in piena sindrome di astinenza, conseguenza non di una loro azione,ma di chi li ha avuti in grembo per 9 mesi.
    Cerco di non farne una colpa a nessuno,ma ci riesco a malapena,devo crescere ancora molto sotto questo aspetto.

    Bruno.

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