Aspetti del trattamento dell alcolismo

Uscita Quattordicesima 3.1 – TRATTAMENTO DELL ALCOLISMO A BRESCIA

3.1.a – Introduzione Valeria Matteucci – servitore insegnante di Club

Nel leggere questa Terza Parte del Manuale appare evidente la discordanza tra la terminologia «trattamento dell alcolismo» e i concetti espressi in vari capitoli. La demedicalizzazione e l’attivazione della famiglia e della persona, protagoniste del cambiamento, sono le basi del modello ecologico sociale: la risposta globale alla complessità dei problemi individuali, familiari e sociali legati al consumo delle bevande alcoliche (di cui quello che denominavamo «alcolismo» è uno dei tanti, la parte estrema di un continuum che va da «nessun problema» a «problemi gravi»).

Del resto lo stesso Hudolin, tra il 1990 e il 1996, ha modificato piuttosto radicalmente la terminologia a testimonianza del vitale dinamismo che caratterizza l’approccio ecologico sociale da lui teorizzato: la cultura sanitaria e sociale della comunità entra nei programmi alcologici e nel contempo ne è contaminata, poiché la consapevolezza del disagio è il primo passo per l’attivazione delle risorse sia della persona che della famiglia e della comunità.

La complessità dei programmi è legata — secondo Hudolin — non tanto alla «cura delle patologie organiche e delle complicanze psichiche» ma alla «cura e al trattamento dell’alcolismo stesso», che egli definiva in termini demedicalizzati e depsichiatrizzati lo specifico legame uomo/alcol/ambiente, principale causa dei disagi legati al consumo delle bevande alcoliche e di tutti gli altri tipi di problemi correlati.

La complessità delle cause richiede una risposta articolata e globale, le cui specificità si possono ricomprendere in tre aspetti fondamentali:

  1. 1. visione sistemica;
  2. 2. protagonismo della persone e della famiglia (cosa che travalica il tradizionale concetto dell’autoaiuto);
  3. 3. solidarietà, emozionalità (che vanno oltre il consueto auto/mutuo aiuto).

Visione Sistemica negli aspetti del trattamento dell alcolismo

Uomo, famiglia, ambiente: nella visione sistemica i determinanti di salute sociale e relazionale sono i più importanti. Il Club Alcologico Territoriale (Club degli Alcolisti in Trattamento secondo la terminologia adottata all’epoca dell’uscita del Manuale) è una comunità multifamiliare ed è il luogo dove si attivano i percorsi di cambiamento della persona e della famiglia nel confronto esperienziale con le altre famiglie; il processo positivo poi continua nella comunità di vita quotidiana.

Nel programma ecologico sociale tutti gli altri modelli di cura, medico, farmacologico, psicoterapeutico, ecc. sono integrabili poiché a volte necessari in una risposta a complicanze e problemi specifici.

Ogni struttura pubblica e privata è un possibile luogo per il riconoscimento e l’intervento precoce sui problemi a partire dalla famiglia, dai luoghi di lavoro, dagli ambulatori medici, dai servizi sanitari e sociali.

In particolare i Club offrono agli operatori dei servizi pubblici l’opportunità gratuita di sperimentare un modello di relazione empatica, che pone le basi della fiducia e della comprensione, le quali sono senz’altro fattori emotivi; e «guarire è più facile se il paziente sente emotivamente coinvolto chi si occupa della salute» (Lucchini, 2008).

La rete territoriale ha come volano il Club, coinvolge operatori dei servizi e delle istituzioni pubbliche e private, cittadini, volontari, ecc., si costruisce sulle testimonianze e sulle esperienze di vita, si implementa con la sensibilizzazione e la formazione continua (oggi ridefinita in seno al Forum Nazionale dell’AICAT Educazione Ecologica Continua) verso la condivisione di un messaggio chiave: «bere bevande alcoliche è uno stile di vita che comporta rischi per la salute». Tutta la popolazione, indipendentemente dalle fasce a maggior rischio (che coincidono con le cosiddette «fasce deboli», giovani, donne e anziani), dovrebbe avere l’opportunità di riflettere e aumentare la propria consapevolezza al fine di ridurre i consumi globali e contribuire a diminuire i problemi della comunità.

Questo «approccio di popolazione» è stato poi sollecitato come buona prassi dalla Regione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a partire dal 1992 come approccio per tutti i problemi cronici.

Di modello sistemico parla anche Maciocco (2008) nel proporre la sua versione del Cronic Care Model: una rete di servizi pubblici con operatori formati e motivati a implementare interventi sistematici programmati con gruppi di popolazione (utenti, associazioni, ecc.) con la finalità di promuovere il self management support, il decision support e un informede activated patient, cioè un programma centrato come quello dei Club sulla centralità della persona e il suo protagonismo. I medici della sanità pubblica, che fanno parte del mondo ecologico sociale, hanno avuto un’ulteriore conferma, se ce ne fosse stato bisogno, di quanto Hudolin abbia precorso i tempi.

Protagonismo della persona e della famiglia negli aspetti del trattamento dell alcolismo

Come si può aiutare un alcolista?

Non si parla più di trattamento dell alcolismo, ma di percorso di cambiamento della persona e della sua famiglia con il Club degli alcolisti in trattamento (oggi Club alcologico territoriale). Si supera l’identificazione della persona con il problema; la persona soffre per un problema ma ha anche le risorse per affrontarlo insieme alla sua famiglia o ad una famiglia solidale, creata ad hoc.

Tale visione positiva è rafforzata anche dall’ultima revisione del DSM-5 (2013) nella quale non compare il termine «dipendenza», che viene omesso «a causa della sua incerta definizione e della sua connotazione potenzialmente negativa».

«Anche se si arrivasse a dimostrare che l’alcolismo ha radici e cause genetiche e/o biologiche […] il comportamento disturbato è già presente e non è possibile risolvere il disturbo comportamentale con terapia biologica» (Vl. Hudolin, 1990).

L’obiettivo del progetto individuale e familiare non è solo l’astinenza (tipico del modello medico), ma una migliore qualità della vita, l’autoconsapevolezza come primo passo verso la motivazione al cambiamento del proprio stile di vita. È incredibile come un modello così semplice come il Club racchiuda tante potenzialità e possa favorire i percorsi oggetto delle più moderne teorie relative alle leve del cambiamento (ad es. la spirale del cambiamento di Prochaska e Di Clemente, 1994).

Oggi la partecipazione attiva della persona è accettata (forse un po’ meno praticata!) nella cultura sanitaria soprattutto nel campo della cronicità e riabilitazione. Dal concetto di compliance (situazione in cui la persona aderisce ad una cura prescritta) degli anni passati si è poi giunti oggi alla concordance, che implica un cittadino competente, informato sul suo problema e sulle sue risorse per affrontarlo e quindi messo in grado di scegliere e condividere un percorso.

Quello che è assolutamente carente nella cultura sanitaria è l’approccio familiare, il coinvolgimento primario della famiglia, al di là del tradizionale rapporto individuale medico-paziente, che è centrale nel metodo ecologico sociale e che è raccomandato anche nel Chronic Care Model, anche se fa agio ancora il modello medico individuale consolidato da secoli.

«Diremo che l’alcolista ha trovato una nuova strada, che ha acquisito un atteggiamento più positivo, più accettabile, più creativo nei confronti della vita, senza aver bisogno di ricorrere a sostanze psicoattive per sentirsi realizzato» (Vl. Hudolin, Manuale di alcologia, 1990). Ma al Club partecipa anche la famiglia, tante altre famiglie e tutti avranno l’opportunità di accedere a questo percorso di benessere! Il concetto di realizzazione di sé stessi è oggi contenuto nell’ultima definizione coniata dall’OMS nella quale la salute è intesa proprio come benessere.

«Il benessere è lo stato ottimale di salute di singoli individui e di gruppi di persone. Due sono gli aspetti fondamentali: la realizzazione delle massime potenzialità di un individuo a livello fisico, psicologico, sociale, spirituale ed economico e l’appagamento delle aspettative del proprio ruolo nella famiglia, nella comunità, nella comunità religiosa, nel luogo di lavoro e in altri contesti» (pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006 con il titolo Who Health Promotion Glossary: New Terms).

Solidarietà, emozionalità e aspetti del trattamento dell alcolismo

Il Club è lo strumento fondamentale per conoscere, riconoscere, sperimentare e comunicare quanto le emozioni influenzano le nostre relazioni; il sostegno reciproco, il senso di corresponsabilità e la solidarietà intesa come tensione al bene comune sono gli ingredienti dell’ecologia sociale che «considera la vita un processo e quanto la vita ha generato un sistema fortemente integrato sia a livello biologico, che sociale, che spirituale e di conseguenza fondamentalmente interdipendente e proprio per questo evolutivo» (NdR F. Capa, La rete della vita, Milano, Rizzoli, 1997).

La vita non è proprietà dell’uomo, ma l’uomo è parte del processo stesso della vita. Per questo Hudolin negli ultimi anni della sua vita, subito dopo l’uscita di questo Manuale, ha stimolato il mondo dei Club a riflettere su una spiritualità antropologica (cioè sulla cultura sociale) per un futuro migliore, fondata sulla consapevolezza del valore di ognuno, sulla corresponsabilità, sull’onestà, sulla speranza, sull’umiltà, sul perdono e sull’agire nella solidarietà e nell’accettazione.

Perché le famiglie dei Club dovrebbero essere promotrici di tutto ciò? Perché affrontando il proprio disagio, che è anche esistenziale, culturale e spirituale, le persone acquistano consapevolezza anche del disagio delle nostre comunità e diventano promotrici di rapporti nuovi, di una nuova cultura solidale; possiamo così contribuire a superare la crisi antropospirituale attuale.

Sono note anche le ricerche sul maggior capitale sociale delle famiglie dei Club.

«Ognuno di noi deve accettare di alleviare le sofferenze umane […] e cooperare per una pace e giustizia sociale. Ci si potrebbe chiedere perché lo dovrebbero fare le famiglie che operano nei programmi alcologici territoriali. A me sembra che, essendo persone arricchite da una sofferenza personale, saranno le prime a farlo» (Vl. Hudolin, 1993).

Anche questa ultima intuizione, che è anche il testamento del suo progetto, ha avuto la conferma che il processo è iniziato; la ricerca sul valore aggiunto: le famiglie dei Club sono capitale sociale per le proprie comunità? ha avuto esiti positivi… ma questa è un’altra storia e qualcuno la racconterà in seguito.

In sintesi il modello ecologico sociale si pone come alternativa ai vari modelli di trattamento, anzi oggi possiamo dire che è «un’alternativa al concetto stesso di trattamento»: processo dinamico, complessità, programma sistemico, protagonismo delle persone e della famiglia, solidarietà, emozionalità, mutualità, spiritualità antropologica, capitale sociale: «L’importante non è l’alcol, ma l’uomo» (Vl. Hudolin, Grado, 1995).

Al termine di questa analisi, che sarà nello specifico approfondita nei capitoli seguenti potremmo pensare ad un nuovo titolo di questa Terza Parte: «I programmi alcologici e l’approccio ecologico sociale al servizio della Comunità per la promozione del benessere» perché la terminologia sia coerente al contenuto.

3.1.b – Capitolo primo Hudolin e aspetti del trattamento dell alcolismo

Abbiamo parlato sino ad ora di come si devono trattare le complicanze dell’alcolismo (NdR Oggi diremo «problemi legati al consumo delle bevande alcoliche»).

Questi trattamenti hanno risentito positivamente dell’evoluzione generale e dello sviluppo della medicina. Un tempo la terapia delle complicanze era considerata soprattutto di competenza psichiatrica. Nel trattamento dell alcolismo venivano usati, tra l’altro, gli oppiacei e l’LSD. Vi era perfino chi ricorreva alla lobotomia (Chwelos H. e coll., 1959). Già prima della seconda guerra mondiale erano state introdotte terapie mediche ed era sorta l’organizzazione degli Alcolisti Anonimi. È solo a partire dal secondo dopoguerra che si comincia a parlare seriamente di trattamenti integrati di prevenzione, cura e riabilitazione.

Vengono coinvolti la famiglia dell’alcolista e il suo ambiente sociale di riferimento. Sono descritti vari modelli di istituzioni e di programmi rivolti a ben precisi territori (Glaser F.B., Greenberg S.W. e Barett M., 1978; WHO, Drug Dependence and Alcoholrelated Problems, Geneve, 1986; Organizzazione Mondiale della Sanità, Dipendenza da sostanze e problemi alcol correlati, 1989; Estes J.N. e Heinemann M.E., 1982). Il primo programma ad ampia diffusione è stato predisposto dagli stessi alcolisti, nel 1935; è il modello degli Alcolisti Anonimi (Alcoholics Anonymous, 1939). Oggi siamo alla ricerca di un programma che offra buoni risultati nel campo della prevenzione primaria, secondaria e terziaria (NdR Oggi diremo «nel campo della promozione della salute e dell’intervento precoce»).

Deve essere naturalmente un programma che abbia costi economici accettabili e che sia fondato su teorie condivisibili dalla cultura della comunità. Ma di questo e degli aspetti del trattamento dell’alcolismo abbiamo già parlato.

Quando si parla di trattamento dell alcolismo, spesso si distingue tra la cura, nel senso stretto della parola, dell’alcolista (NdR Oggi diremo «persona con problemi alcolcorrelati») e del suo gruppo familiare, e i programmi più complessivamente intesi che comprendono sia la prevenzione che la riabilitazione. In realtà questa distinzione è più teorica che reale: il trattamento dell’alcolista e della famiglia ha dei riflessi sulla comunità, e la comunità interagisce con la famiglia e con l’alcolista.

Ogni programma generale di controllo dei disturbi alcol correlati finisce comunque per interagire con il trattamento (NdR Oggi diremo «percorso di cambiamento») dell’alcolista e della sua famiglia. Inoltre i programmi alcologici vanno ricompresi nell’azione più vasta di promozione e protezione della salute della comunità e della salute mentale in particolare. Oggi si guarda con crescente attenzione e interesse a questa necessità (Koves V. e Laflèche M., 1988).

Quando si parla di disturbi alcolcorrelati, (NdR La denominazione è presa dal DSM III già uscito all’epoca della pubblicazione del Manuale ed è stata mantenuta anche nella IV e nella V revisione del DSM-5 (2013) si tende spesso a omettere alcuni aspetti preliminari, che pure sono di fondamentale importanza per l’organizzazione dei programmi di controllo, e in particolare di trattamento e di riabilitazione dell’alcolista (NdR Il rapporto/legame tra l’uomo e la sostanza è alla base della complessità dei problemi definita «alcolismo» in senso stretto in questo testo).

Come aiutare una persona a smettere di bere?

Bisogna rivolgere particolare attenzione ai seguenti aspetti del trattamento dell alcolismo:

 È necessario distinguere tra la cura e il trattamento dell’alcolismo, in senso stretto, e la cura delle patologie organiche alcol correlate e delle complicanze psichiche che vanno trattate analogamente alle sindromi similari di eziologia diversa. La cura delle complicanze va sempre associata ai trattamenti di lungo periodo finalizzati all’astinenza e al cambiamento dello stile di vita dell’intero nucleo familiare. Il medico deve occuparsi anche del trattamento dell’alcolismo, oltre che delle sue complicanze. È questo un compito importante dei servizi sociosanitari pubblici da realizzare in stretta collaborazione con le organizzazioni e le associazioni private, con particolare riguardo a quelle degli alcolisti stessi. Il trattamento precoce dell’alcolismo (NdR Oggi diremo «riconoscimento precoce/la diagnosi precoce» e «avvio precoce al processo di cambiamento» costituisce la migliore prevenzione delle invalidità e delle complicanze irreversibili e ha una grande importanza nel più generale quadro della prevenzione primaria (NdR Questo termine oggi è sostituito da «promozione dalla salute»).

Il trattamento dell alcolismo (NdR L’obiettivo del programma proposto è sia il colloquio motivazionale che la frequenza al Club degli alcolisti in trattamento (oggi Club Alcologici Territoriali) viene fatto con lo scopo di far cambiare all’alcolista il proprio modello di comportamento, modello di solito accettato o quanto meno tollerato dall’organizzazione sociale e dalla cultura della comunità.

I comportamenti dell’alcolista sono in genere profondamente radicati e cronicizzati, di conseguenza anche il trattamento deve essere protratto per un lungo arco di tempo, diciamo dai 5 ai 10 anni. Si può ritenere che dopo un tale periodo l’alcolista avrà assunto uno stile di vita positivo e salutare. Dobbiamo porci un quesito: dal momento che l’alcolista viene ricoverato, di solito, nei reparti di medicina interna o di chirurgia, non sarebbe più logico iniziare già in questi reparti il trattamento dell alcolismo a brescia (NdR Il primo contatto e l’avvio al processo di cambiamento, centrato sul Club), invece che considerare la psichiatria il luogo di elezione? Rispondere affermativamente a questo interrogativo vuole dire rivedere la filosofia generale dei programmi di formazione degli operatori. Bisognerebbe fornire un’adeguata preparazione a tutto il personale medico e paramedico. Sarebbe necessario modificare i programmi didattici delle facoltà di medicina e delle scuole di operatori socio-sanitari.

Fine ultimo del trattamento (NdR Del progetto di cambiamento della persona) non è tanto il conseguire l’astinenza, quanto piuttosto ottenere il cambiamento dello stile di vita. L’astinenza è piuttosto uno strumento, un obiettivo intermedio. Non ci può soddisfare l’astinenza, se a questa non segue un cambiamento radicale nel comportamento. Se l’alcolista modifica il proprio stile di vita, cambierà anche il suo rapporto con l’alcol. In letteratura si parla spesso della possibilità per l’alcolista di tornare ad un consumo cosiddetto moderato, o controllato, specialmente dopo che Davies D.L. (1962, 1963) ha descritto i suoi famosi sette casi. In pratica, i tentativi fatti in questo senso sono tutti falliti.

La maggior parte degli autori afferma che senza l’astinenza non è possibile un trattamento che dia dei risultati positivi. Le ricadute sono infatti possibili anche dopo anni di astinenza. Badiamo bene però che l’astinenza non deve essere intesa come una costrizione, ma come una libera scelta. L’alcolista deve decidere da solo. E da solo deve scegliere di cambiare la propria vita, che non sarà più condizionata dal desiderio di bere, né dalla paura nei suoi confronti. Oggi viviamo in un’epoca di alta tolleranza verso il consumo di alcolici, in una società che propone il bere come modello di comportamento più accettabile, migliore dell’astinenza. Tutto questo costituisce una forte spinta al bere e limita la libertà di scegliere l’astinenza.

L’alcolismo è un disturbo sistemico. Ciò significa che non è un disturbo che interessa il singolo, ma che colpisce tutto il sistema con il quale l’individuo si trova in relazione. Anche il trattamento (NdR Il progetto di cambiamento) quindi va eseguito in un’ottica sistemica. Il sistema primario e più importante è la famiglia. Allora anche la famiglia deve gradualmente modificare il proprio stile di vita, per giungere a una diversa e migliore omeostasi complessi-va. Il trattamento coinvolgerà dunque l’intera famiglia dell’alcolista. Agli inizi dei trattamenti familiari (NdR Oggi diremmo: «all’inizio di tutti gli approcci familiari», cioè dei programmi che coinvolgono le famiglie congiunte che vengono invitate a frequentare il Club) le attenzioni venivano rivolte in particolare a due membri, la diade, poi a tre, per interessare quindi l’intera famiglia ed estendersi successivamente all’ambiente sociale e lavorativo allargato. Ciò significa dover coinvolgere tutti questi sistemi nel trattamento dell alcolismo a Brescia.

L’alcolista non si può considerare guarito, se intendiamo l’alcolismo come un modello di comportamento, come uno stile di vita. Diremo piuttosto che l’alcolista ha trovato una nuova strada, che ha acquisito un atteggiamento più positivo, più accettabile, più creativo nei confronti della vita, senza aver bisogno di ricorrere a sostanze psicoattive, come l’alcol, per sentirsi realizzato. Le esperienze fin qui fatte — ma la ricerca in proposito è molto intensa — mostrano che l’alcolista non sarà mai più in grado di controllare il proprio bere. Il ritorno al bere non ha senso alcuno per l’alcolista, tanto più se si considera che l’astinenza è per l’alcolista il solo modello di comportamento sicuro e sano. L’approccio secondo il quale l’alcolista può ritornare al bere moderato diventato popolare dopo che Davies D.L. ha descritto in un articolo sette casi di alcolisti che presumibilmente sono ritornati al bere moderato (Davies D.L., 1962).

Questo articolo ha provocato una serie di discussioni; oggi la maggior parte degli esperti è convinta che questo non sia possibile e che all’alcolista si debba chiedere un’astinenza totale. Le diverse complicanze psicofisiche e il comportamento socialmente disturbato richiedono anch’esse la completa astinenza. I Club degli alcolisti in trattamento, (NdR Oggi Club Alcologici Territoriali) o altri modelli di trattamento fondati sull’autoaiuto e sul mutuo aiuto, costituiscono il miglior programma terapeutico, tanto più se rapportati a quelli ospedalieri.

Il trattamento viene intrapreso nel rispetto dei principi dell’autoaiuto, del mutuo aiuto (NdR Questi concetti furono superati dallo stesso Hudolin che passò a definire il Club non più un «gruppo di autoaiuto» come quelli dell’AA, bensì una «comunità multifamiliare» (cfr. Vl. Hudolin, Sofferenze multi-dimensionali della famiglia, Padova, Eurocare, 1995) e dell’autoprotezione, che sono al centro del trattamento complesso dei Club degli alcolisti in trattamento, (NdR Vedi capitolo 4 della Terza Parte del Manuale dedicato a questo problema) intesi come iniziative private della comunità e in particolare degli alcolisti e delle loro famiglie.

Bisogna puntare alla demedicalizzazione e alla depsichiatrizzazione del trattamento, perché l’alcolismo non è una malattia come classicamente la si intende, ma piuttosto uno stile di vita, complesso e protratto nel tempo. Non può quindi essere risolto con modelli terapeutici classici, ma con metodi di approccio alternativi. Soprattutto, va ricordato e sottolineato che l’alcolismo non è un disturbo psichiatrico.

La riabilitazione dell’alcolista è possibile solo all’interno del gruppo sociale, nell’ambiente in cui l’alcolista e la sua famiglia vivono e lavorano. La riabilitazione non avviene nelle istituzioni, e nemmeno nei Club degli alcolisti in trattamento.

Nei casi di alcolismo secondario sono indicati, come già abbiamo avuto modo di dire, trattamenti medici specifici. In tutti i casi ci si deve comunque indirizzare al raggiungimento dell’astinenza e a modificare il comportamento della famiglia.

Ogni progresso nella ricerca scientifica ha ripercussioni sull’alcologia e sul trattamento degli alcolisti. Le recenti indagini in campo genetico, soprattutto le ricerche sui neurotrasmettitori, hanno influito significativamente sull’alcologia. Tutti i risultati delle ricerche devono essere quanto prima integrati nei programmi territoriali.

Anche se si arrivasse a dimostrare che l’alcolismo (NdR Qui intendiamo con Hudolin lo specifico «legame uomo/alcol») ha radici e cause genetiche e/o biologiche, ciò non avrebbe grandi conseguenze pratiche sul trattamento. Quando si manifesta l’alcolismo, il comportamento disturbato è già presente, e non è possibile risolvere il disturbo comportamentale con una terapia biologica.

L’approccio e il trattamento restano invariati, a prescindere dalla causa ultima dell’alcolismo. Se in questo campo ci saranno nuove scoperte, sarà ovvio che se ne terrà conto nel trattamento. Però questo non influirà mai sulla lunga, difficile strada verso la scelta di un modello di comportamento più sano (NdR Si tratta di una delle affermazioni più rilevanti di Hudolin, rivolta al futuro, anche perché all’epoca eravamo alla vigilia dell’enorme sviluppo delle neuroscienze. È evidente che egli richiede che il comportamento umano non sia riducibile solo alla sua base biologica, perché la componente sociale e culturale saranno sempre rilevanti indipendentemente dalle scoperte sulla base biologica).

Di alcune teorie che hanno un grande significato ai fini della prevenzione e degli aspetti del trattamento dell’alcolismo abbiamo parlato in un capitolo precedente (Chaudron C.D. e Wilkinson D.A., 1988).

La cosa migliore da fare per garantire programmi adeguati di protezione e di pro-mozione della salute è di includervi i principi dell’autoaiuto e dell’aiuto reciproco. Gli operatori, sia i professionisti che i volontari, devono condividere e attuare questi principi, in particolare gli operatori che lavorano nella medicina di base o nei distretti. Questi operatori devono essere a conoscenza del lavoro svolto nei Club degli alcolisti in trattamento e partecipare alle loro attività.

Si incontrano particolari difficoltà nel trattamento, se l’alcolista (NdR La persona) assume un atteggiamento passivo. In molti casi egli è costretto al trattamento e perciò non lo accetta. Questa passività è stata descritta molto dettagliatamente da Fehr H.D., nel suo lavoro sulla psicoterapia e l’integrazione dei metodi individuali e di gruppo (Fehr H.D., 1976).

La passività dell’alcolista potrebbe anche essere interpretata come alessitimia, cioè come povertà nella comunicazione e nell’interazione, e come incapacità di creare legami emozionali, di creare cioè empatia. L’alessitimia fra gli alcolisti è frequente. Sull’alessitimia e sul suo trattamento in chi non è alcolista, hanno scritto Sifneos P.E. (1972) e Swiller H.I. (1988).

Il trattamento dell’alcolista e della sua famiglia deve essere ricompreso in un più generale programma di protezione e promozione della salute che integri sia la prevenzione primaria che la prevenzione secondaria e la prevenzione terziaria (NdR Termini oggi non utilizzati: integri la promozione della salute con il riconoscimento e l’intervento precoce).

Per prevenzione primaria si intendono tutte le iniziative volte a tutelare e promuovere la salute, combattendo i disturbi alcolcorrelati nel loro insorgere e cercando di incidere sulle eventuali cause; con prevenzione secondaria si intende la diagnosi precoce delle persone e delle famiglie al cui interno il disturbo si manifesta; e prevenzione terziaria si intendono gli interventi riabilitativi volti a contenere e rimuovere le situazioni di cronicità invalidante.

Il trattamento dei disturbi alcolcorrelati richiede che siano organizzati specifici programmi territoriali di prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Ciò significa la costituzione di una rete territoriale multidimensionale, con l’apporto dei singoli, delle famiglie, delle strutture socio-sanitarie, delle associazioni di volontariato, dei rappresentanti autorevoli della comunità. Il Club degli alcolisti in trattamento rappresenta un nodo fondamentale della rete.

Il programma territoriale e, all’interno di esso, il Club degli alcolisti in trattamento, costituisce il trait d’union tra i servizi pubblici e le istituzioni, da una parte, e l’iniziativa privata dei cittadini, i singoli e le famiglie, dall’altra. La costituzione di una tale rete comporta numerose difficoltà, e non è immune dal rischio di lotte di potere o di altra natura.

Il programma territoriale di controllo dei disturbi alcolcorrelati prevede interventi diversificati di informazione e di formazione permanente (NdR Oggi si parla di Educazione Ecologica Continua, che è insieme formazione e aggiornamento continuo (vedi capitolo 6 della Quarta Parte del Manuale) di tutti i membri della società, nell’ambito della prevenzione primaria; delle famiglie in trattamento, per la cura dei disturbi alcolcorrelati; degli operatori, siano essi professionisti o volontari.

Il trattamento con l’alcolista (NdR Oggi parliamo non di trattamento con l’alcolista e poi con la sua famiglia, ma di percorso di cambiamento della famiglia con problemi alcolcorrelati) richiede a quanti, a vario titolo, vi partecipano, una profonda solidarietà e un intenso rapporto emozionale.

leggi l’articolo precedente http://www.acatbrescia.it/alcolisti-in-brescia/

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Un commento su “Aspetti del trattamento dell alcolismo”

  1. Riflessioni 14° Uscita

    Si entra nel vivo della creazione del sistema Club,con la nascita dell’Approccio Ecologico Sociale,di cui Hudolin fu padre e madre al contempo.
    Di questa uscita apprezzo particolarmente l’introduzione di Valeria,della quale nutro una stima ed affetto particolarmente sviluppati, essendo lei stata una conduttrice del mio primo Corso di Sensibilizzazione all’AES ed al ben-essere al quale partecipai come corsista e che mi avviò al Servitorato,che mi ha aiutato tantissimo nel mio percorso di cambiamento continuo,che và avanti tutt’oggi.
    Rifletto poi soprattutto su 2 dei 21 punti solo sfiorati per ora dal Professore:
    Punto 3, l’astinenza non come obbiettivo e traguardo,ma come strumento necessario per arrivare al vero fine ultimo,e cioè il ben-essere generato dal radicale cambiamento di stile di vita che metta in primo piano l’AES, quindi al centro la persona,di conseguenza la famiglia e la comunità tutta.
    Lo dico sempre,io ho iniziato ad assaggiare la libertà con l’astinenza,ma me ne sono saziato da quando l’astinenza non è più forzata, cercata,ma è con naturalezza solo parte del mio star bene, quindi mai più messa in discussione, perché bella, necessaria, automaticamente parte di me,il nuovo me!
    Punto 18,il primo vero accenno al grandissimo progetto del C.E.S.T.F.(Centro Ecologico Sociale Territoriale Funzionale(oggi per me è giusto chiamarlo così,con un senso di continium evolutivo terminologico)),dove Hudolin sin da subito mette in evidenza la grande potenzialità del lavoro in rete,se portato avanti con il chiaro obbiettivo di promozione della salute e centralità dell’uomo.

    Bruno

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