Capitolo primo – Cenni storici

  •  CONCETTI GENERALI

1.1.a – Introduzione Vanna Cerrato – psicologa psicoterapeuta Servitore insegnante di Club

Vladimir Hudolin apre il suo Manuale di Alcologia con i «cenni storici». Una storia millenaria, che ha caratterizzato la presenza dell’alcol tra gli esseri umani fin dai tempi preistorici con la fermentazione dei cereali, prime esperienze inebrianti che modificavano gli stati di coscienza, aprendo forse al mistero dell’esistere, rimasto in gran parte irrisolto e forse irrisolvibile. Quel mistero che è una storia dell’umanità che da sempre si dilania tra esperienza del piacere ed esperienza della morte, nel racconto ancestrale*, nel mito, nell’arte, nella scienza e nella cultura.

Hudolin attraverso la storia del rapporto tra l’uomo e l’alcol ci narra la storia dell’esistenza umana di fronte alle sue contraddizioni.

Hudolin amava la storia, pur avendo lo sguardo sorridente e preoccupato rivolto intensamente al futuro, e i piedi ben saldi in un presente che sfugge ad ogni istante per chi desidera essere in costante movimento, cammino. Il qui e ora non esclude la storia che tuttavia non diventa mai ragione di fissazione in un tempo antico e inamovibile di risentimento, di torto subito non emendabile, o di gioia intensa e di idealizzazione imperitura. Il qui e ora ci stimola ad andare avanti senza guardare indietro.

Ed è anche una storia della scienza nella modernità che accende il lume della ragione per svelare la globalità della persona inserita nel suo ambiente e non riducibile in frammenti separati, oggetto di interesse della potenza della tecnica. Nell’azione hudoliniana è netta la scelta di una scienza che ha come suo specifico interesse la persona nella sua globalità sistemica e relazionale e che sollecita pratiche ispirate ad una precisa visione, quella ecologico sociale e antropospirituale. La disciplina proposta è quella umanistica.

Il testo di Vladimir Hudolin relativo alla storia del rapporto tra il consumo di bevande alcoliche e gli esseri umani, nei diversi contesti culturali delle epoche storiche che si sono succedute, risulta essenziale e schematico. Per tale ragione esso sottende alcuni aspetti che è necessario evidenziare per poter meglio comprendere il senso di un cammino che, faticosamente, continua a caratterizzare il metodo Hudolin. Un cammino che nasce e procede in quell’ambito pluridisciplinare definito «alcologia» che cerca di dare un senso e comprendere la logica del rapporto tra gli esseri umani e l’alcol: un rapporto antico ma che va oltre l’alcologia inoltrandosi negli spazi della sofferenza esistenziale e della salute mentale, del dolore biopsichico e del disagio spirituale; un cammino e un metodo che si concretizzano in un approccio definito ecologico sociale e antropospirituale.

Due sfumature queste ultime di una visione sistemica comune, radicata nella grande tradizione innovativa e umanistica che ha cercato di indagare e comprendere il senso della sofferenza umana; della follia nelle sue infinite sfumature individuali, familiari, sociali e culturali; del disagio spirituale come incapacità di accettare sé stessi e delle condizioni storiche e relazionali date che possono essere trasformate, a condizione che siano prima accettate.

Hudolin sottolinea che l’alcol etilico è da sempre utilizzato per la sua capacità di provocare una sensazione piacevole. A partire da ciò gli interventi sociali, legislativi e culturali sono sempre stati focalizzati sulle conseguenze negative e in particolare sulle condizioni di trasgressione, di perdita della produttività e di disordine sociale oltre che morale.

Nelle diverse culture si ritrovano elementi di proibizionismo, di induzione liberista dei consumi, di tentativi pedagogici di addomesticare l’ebbrezza alcolica attraverso l’apprendimento di un bere controllato, di atteggiamenti compassionevoli e assistenziali e di visioni moralistiche. Da molto tempo siamo anche in presenza di un crescente tentativo di interpretare le problematiche alcolcorrelate, non certo i consumi, nei termini di una condizione organica intrinseca alla persona e di specifico interesse medico. La medicalizzazione è finalizzata a dare un’interpretazione scientifica ad un fenomeno, cercando di dare dignità alle persone coinvolte attraverso il paradigma** della malattia. Anche le teorie psicologiche hanno finito per ricorrere a interpretazioni riduttive, quanto il paradigma medico, per comprendere l’origine delle condizioni che caratterizzano le intossicazioni alcoliche. Ma la medicalizzazione è anche espressione di un nuovo moralismo, a base pseudoscientifica, che finisce per puntare l’attenzione su presunte fragilità della persona, acquisite o innate, anziché sulla tossicità assoluta dell’alcol, posizione funzionale agli interessi dei produttori di bevande alcoliche. La stessa cultura dei programmi territoriali dei Club risente in alcuni casi di questa sovrapposizione di prospettive, che oscillano tra il moralismo e la medicalizzazione.

Il riconoscere l’alcolismo come malattia ha rappresentato una evoluzione rispetto alla definizione dell’ubriacatura cronica come vizio morale da contenere e punire. In questo vi è un parallelismo con la psichiatria che ha oscillato tra repressione, cura e movimento di liberazione dal pregiudizio alienante.   

Allo stesso modo l’alcologia è un tentativo di accedere a una dimensione scientifica, facendo riferimento soprattutto all’ambito medico, per cercare di ricomporre il mistero che accompagna l’intossicazione alcolica. Ma il tentativo, se pur lodevole e per alcuni aspetti liberante, rimane riduttivo e incapace di comprendere la complessità di un fenomeno umano del quale si trovano tracce fin dagli albori dell’umanità. In particolare lo sguardo non può sottrarsi ad antiche visioni contenute nei riti dionisiaci, nei quali istintualità, sensualità, forme caotiche e irrazionalità si mescolano agli stati di ebbrezza, o nei baccanali dell’antica Roma, antiche vestigia del godimento, imperitura memoria, attualizzata nei riti collettivi dell’intossicazione etilica nella pubblica piazza in una crescente deriva consumistica del godimento. Se perdiamo di vista i riti ancestrali, inscritti nel nostro patrimonio culturale più profondo, difficilmente potremo cogliere il senso di accadimenti contemporanei, ingiustamente rubricati nelle problematiche giovanili.

Psichiatria e alcologia distinte ma alleate, con la stessa vocazione di liberazione dallo stigma*** e dal giudizio morale, esauriscono il loro compito nel momento in cui il concetto di malattia rappresenta una nuova forma di etichettamento da attribuire alle specifiche caratteristiche, anche genetiche, della singola persona. In questo modo si entra nell’ambito di una scienza che fatica a riconoscere la complessità e il cui paradigma è fortemente legato al riduzionismo nell’interpretazione e nelle pratiche. Tale riduzionismo si fa cultura e in quanto tale crea le condizioni per una nuova stagione, pseudoscientifica, costituita da forme di contenimento, repressivo e moralistico, o attraverso l’utilizzo di farmaci o tramite le rinascenti forme manicomiali. Possono sembrare ragionamenti salottieri o sofisticati passaggi intellettuali, apparentemente estranei alla realtà concreta della sofferenza umana, ma la storia ci insegna che se non meditiamo sugli eventi, se non facciamo memoria del passato, rischiamo di non generare un pensiero critico che ci metta in guardia dal ripetere errori nel segno, in questi casi, del manicomio e dell’alienazione sociale, reso possibile anche attraverso un welfare assistenziale e non responsabilizzante.

Franco Rotelli nella rivista Aut-Aut n. 3428 ci ricorda la necessità di andare oltre la psichiatria. Allo stesso modo Hudolin iniziò un percorso orientato ad andare oltre l’alcologia per poter incontrare l’uomo nella sua essenza. Quello stesso dubbio ha generato la svolta storica dei Club che hanno abbandonato vecchi termini medicalizzati come alcolismo, alcolista e trattamento, per entrare in un percorso storico che legge la sofferenza umana oltre l’alcologia, anche quando l’ebbrezza alcolica prende il sopravvento.

Si riprende in tal mondo un antico discorso smarrito nel quale la psichiatria e l’alcologia scoprono la centralità della persona nella sua molteplice espressione nei diversi contesti relazionali. Questo richiede una costante contaminazione dei saperi e delle arti in una prospettiva al tempo stesso colta e popolare, libera dai vincoli degli specialismi tecnicistici.

A partire dalla breve storiografia proposta da Hudolin, si può legittimamente proporre una alcologia che sia altro dall’alcologia e che raccolga l’ultimo tratto delle indicazioni della storia alcologica hudoliniana, una alcologia che concretizza il meglio dei principi della salute pubblica espressi a partire dalla fine degli anni Settanta. Questa alcologia può essere sintetizzata nella visione sistemica dei problemi umani, compresi quelli alcolcorrelati, contenuta nell’approccio di popolazione che Hudolin realizzò attraverso l’esperienza dei Club e che supera efficacemente ogni forma di stigmatizzazione e di proibizionismo, inutile e controproducente, introducendo il principio di responsabilità che implica l’impegno a cambiare la cultura generale, sociale e sanitaria anche a partire dal consumo di alcol, rimanendo fedeli al principio «parlare di alcol per parlare di altro, parlare di altro per parlare di alcol».

1.1.b – Capitolo primo Hudolin

L’alcoldipendenza e i problemi alcolcorrelati sono strettamente legati al consumo di bevande alcoliche, che è una forma riconosciuta e spesso accettata di comportamento sociale. Nonostante non ne sia l’unica causa, è ovvio che senza l’alcol non esisterebbero i disturbi alcolcorrelati. (NdRSe l’alcol non è l’unica causa dei problemi alcol correlati, risulta evidente che, pur essendo altrettanto vero che se non vi fosse l’alcol non esisterebbero, rimane inquietante che altro è necessario perché si producano. Ed è questo altro che può persistere al di là dell’astensione delle bevande alcoliche. Se non si trova la forza ed il coraggio di approfondire questo altro, ed i programmi territoriali servono a questo e non ridursi alla sola frequenza al club, difficilmente si potrà raggiungere o semplicemente tendere alla ricerca della sobrietà)

Nei più antichi documenti storici e nella tradizione orale sugli usi e costumi dei popoli, troviamo descrizioni della preparazione e dell’uso di bevande alcoliche.

Le scoperte archeologiche ci informano che già 30 mila anni fa l’uomo sapeva produrre l’alcol mediante la fermentazione. Dai disegni e dai geroglifici del IV-V secolo a.C. sappiamo che gli antichi Egizi conoscevano la birra. Molti documenti antichi contengono descrizioni dei disturbi provocati dal bere e delle misure per porvi rimedio. Simili descrizioni le troviamo nei testi delle civiltà più antiche: babilonese, sumerica, egiziana, ebraica, greca e romana. La distillazione, la tecnica con la quale si producono i superalcolici, è stata scoperta invece molto più tardi: la prima descrizione risale al secolo IX.

La bevanda alcolica ha avuto sempre, nelle varie epoche storiche, un determinato ruolo sociale, oltreché medico e alimentare, che conserva anche oggi. Non si spiegherebbe, ad esempio, altrimenti la vendita, in molti Paesi, di bevande alcoliche nei negozi di generi alimentari. Già nel XVI secolo Sebastian Frank (1941) osservava che «Bacco uccide più gente che non le guerre» e che «molte più persone annegano nel bicchiere che nel mare», anche se ciò non ha poi influito significativamente sul consumo di alcol. (NdR– Questo passaggio è fondamentale perché svela la convinzione di Hudolin che l’insistenza sulla sottolineatura dei danni prodotti dall’alcol sia poco efficace. Hudolin ha sempre spinto a cercare la sobrietà in un contesto libero ed etico e mai repressivo e moralista. Anche nel ripercorrere la storia ci offre uno spunto riflessivo in questo senso).

Si scriveva molto più della ubriachezza e dei danni individuali, familiari e sociali derivanti dalla intossicazione alcolica acuta che non dell’alcolismo. (NdR– Anche oggi, pur parlando di alcolismo e bere problematico o di dipendenza alcolica come entità semplice o allargata in una visione più ampia definita sindrome, in ogni caso sempre espressioni generiche, l’attenzione si focalizza sugli eventi acuti e drammatici e non sulla sottile e pervasiva penetrazione culturale del consumo di bevande alcoliche. Ciò che desta preoccupazione è l’intossicazione acuta e non l’associazione dell’alcol alla logica del godimento, sintomo del disagio nel tempo dell’immaginario, della pubblicità e del consumo, di tutto ciò che soddisfa il bisogno nell’immediato e uccide il desiderio).

Fino al XVIII e al XIX secolo il consumo di bevande alcoliche, e le sue conseguenze dal punto di vista medico, sono state prese raramente in considerazione. È vero che descrizioni di alcuni disturbi alcolcorrelati risalgono anche a epoche precedenti, ma il consumo di alcolici e le sue conseguenze venivano affrontati soprattutto in chiave moralistica.  Nel 1785 Benjamin Rush nel suo trattato e nel 1788 Thomas Trotter nella propria tesi di laurea sostennero la necessità di considerare l’ubriachezza come una malattia.  

L’approccio moralistico verso il consumo di alcolici e le sue conseguenze si afferma molto presto. Secondo questo approccio l’alcolista beve poiché è una persona moralmente tarata. Per questo motivo contro l’alcolismo e i suoi disturbi bisogna agire con misure pedagogiche e repressive. (NdR– Apparentemente la posizione sembra lontana dalle attuali indicazioni alcologiche, tuttavia, anche nei Club quando persiste una condizione di ricaduta, si assiste ancora alla persistenza di forme di contenimento, spesso residenziali e impropriamente definite comunità terapeutiche (su questo Hudolin ci ha insegnato molto, ma abbiamo imparato poco), altre volte farmacologiche, accanto ad azioni pedagogiche fondate sulla repressione. Evidentemente moralismo e oppressione educativa continuano a essere cifre della contemporaneità).

Fino alla prima rivoluzione industriale il bere e l’alcolismo non costituiscono un problema sociale rilevante. Successivamente, e ancor più con l’avvento della tecnologia e in specie del traffico motorizzato, i danni causati dal bere e dall’alcolismo diventano assai rilevanti. Attualmente, in molte società vi sono leggi e normative assai rigide per controllare i disturbi provocati dall’alcol. L’effetto psicologico gradevole che la bevanda alcolica procura induce però, molto spesso, a ignorare e a infrangere tali norme. Le misure di controllo dei problemi alcolcorrelati hanno accompagnato lo sviluppo sociale, scientifico e tecnologico della società. Grazie alle abitudini e ai vari riti ai quali è legato, il bere è diventato parte della nostra cultura. Con il tempo sono subentrate sempre nuove abitudini legate al bere. Nonostante il progresso tecnologico stia cambiando la vita delle comunità e nonostante stia cambiando l’ottica con cui si affrontano i disturbi alcolcorrelati, l’usanza del bere è saldamente radicata nella cultura delle comunità e difficilmente potrà essere rimossa. (NdR– In questi brevi passaggi Hudolin ci indica un’ambivalenza intrinseca al consumo di bevande alcoliche che ci deve fare riflettere sugli atteggiamenti che dobbiamo assumere nel lungo percorso di ricerca della sobrietà. Le forme di controllo sono utili, ma non sono sufficienti, l’investimento culturale per promuovere esperienze esistenziali piacevoli senza l’uso di alcolici è fondamentale, ma rischia di naufragare se non vi sono politiche alcologiche che limitino i consumi e la promozione delle bevande alcoliche). 

Quando lo sviluppo tecnologico era relativamente lento, l’uomo aveva tutto il tempo necessario per adeguarsi e adattarsi a esso, ma oggi, a causa degli enormi cambiamenti tecnologici e sociali che intervengono anche nel corso di una sola generazione, l’adattamento non è possibile senza interventi particolari e sostegni adeguati. (NdR- Hudolin introduce l’accelerazione dei tempi delle trasformazioni sociali resi possibili dalla potenza della tecnica. Il Club agisce nei tempi lunghi, ma deve costantemente trasformarsi, soprattutto nella proposta dei programmi che lo supportano e nei percorsi formativi che migliorano la qualità delle sue proposte. Per farlo, esso deve entrare in una logica funzionale, evitando tentazioni burocratiche autoreferenziali e rigidamente identitarie).

All’epoca della prima rivoluzione industriale, si notò che l’ubriachezza e l’alcolismo avevano una influenza negativa sugli operai e quindi anche sulla produzione. Si vararono allora le prime misure di natura moralistica e repressiva per arginare il problema. In quel periodo nacquero anche le prime organizzazioni di astinenti e le associazioni di sobrietà che si battevano contro la produzione e il consumo di bevande alcoliche, avvalendosi spesso anche di alleanze religiose e politiche.(NdR– Esemplare è la storia degli USA hanno conosciuto il succedersi di diverse fasi che condizionano anche le attuali strategie di contrasto ai danni prodotti dall’alcol e che si possono così schematizzare: 1. coloniale, caratterizzata dalla repressione delle ubriacature dei pionieri che attraversavano l’America verso ovest. Il bere bevande alcoliche era accettato, ma le intossicazioni etiliche venivano sanzionate attraverso la gogna nella pubblica piazza o le reprimende nei sermoni durante i riti religiosi; 2. La rivoluzione industriale e l’avvio della politica dei consumi, che prevedeva il consumo nei pub, spesso accompagnato da attività sessuali di tipo mercenario, spinse a temere il rovesciamento degli antichi valori morali, suggerendo un invito alla temperanza che riducesse i consumi anche attraverso la riduzione della disponibilità, regolando licenze e orari di vendita; 3. Il proibizionismo, che si dimostrò inefficace e che, con il suo fallimento, fu poi sostituito dalla moderna medicalizzazione e dagli approcci pedagogici, spesso fondati sulla deterrenza nei confronti degli eccessi e sui tentativi di educare al consumo moderato; 4. Approccio pedagogico alla moderazione e medicalizzazione degli alcolisti che rappresentano approcci condivisibili dai produttori di bevande alcoliche (F. Marcomini- No alcolismo, no alcolisti, siamo persone).  

Sempre in quegli anni cominciarono ad apparire articoli e libri divulgativi sui danni prodotti dall’alcol e sul modo di combatterli Sfogliandoli si vede chiaramente come fino al periodo antecedente la seconda guerra mondiale l’approccio verso l’alcol e i disturbi alcolcorrelati sia andato modificandosi molto lentamente. Solo più recentemente le cose sono cambiate, anche per il diffondersi di incontri scientifici e di congressi sui problemi alcolcorrelati, a livello sia regionale che nazionale e internazionale. Sono state fondate molte istituzioni scientifiche e si sono iniziate ricerche intensive del fenomeno.   

I primi trattati medici che descrivono dettagliatamente il quadro clinico dei disturbi e delle complicanze derivanti dall’alcol risalgono al XIX secolo. Alla metà del XIX secolo, Magnus Huss (1849-1852), professore di medicina interna di Stoccolma, descrive la sindrome che ha definito «alcoholismus chronicus». In tutti questi casi si tratta ancora della descrizione delle complicanze prodotte dall’alcolismo e non della descrizione di quel complesso rapporto che si instaura tra l’alcol, una determinata persona e i suoi schemi comportamentali, ovvero ciò che intendiamo oggi per alcolismo. Dall’inizio del XX secolo, nella letteratura medico-scientifica si fanno più frequenti le descrizioni dei disturbi della salute provocati dall’alcol e va prendendo forma l’approccio medico attuale. (NdR– Hudolin coglie un aspetto fondamentale che riguarda anche il sistema dei club. L’alcolismo viene identificato con il danno d’organo, subordinando l’alcologia non solo alla disciplina medica, ma soprattutto ad alcune aree specialistiche. Questa forma interpretativa riduce l’ambito di azione alcologica e finisce per selezionare una popolazione che ha in comune un danno d’organo arbitrariamente identificata con il bere problematico. In questo modo diventa poco probabile poter cambiare la cultura del bere nella popolazione generale).

Negli Stati Uniti d’America il 16 gennaio 1919, con la votazione del XVIII emendamento della Costituzione, entrava in vigore la legge sul proibizionismo (1919-1933), in base alla quale venivano proibiti la produzione, la vendita e il consumo di bevande alcoliche. La legge sul proibizionismo è stata abolita non solo per le pressioni dei produttori di alcolici e per la diffusione della criminalità, ma anche perché non ha saputo cambiare la cultura della società in cui è stata introdotta. Nonostante tutti i problemi che ha causato bisogna però dire che durante il proibizionismo si è avuta una riduzione nei casi di cirrosi epatica.

Proibizionismi totali o parziali sono stati introdotti in molti Paesi, e sopravvivono ancora oggi, ad esempio, nei Paesi scandinavi, nell’Unione Sovietica, in India, nei Paesi Arabi, ecc. Anche in Italia esistono alcune norme che pongono restrizioni al consumo di bevande alcoliche in determinate situazioni, per cui anche per l’Italia si può parlare di proibizionismo parziale. Il proibizionismo totale applicato negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 e i proibizionismi parziali degli altri Paesi, se basati solamente su misure repressive, o non danno gli effetti desiderati, o danno risultati esattamente contrari alle aspettative. (NdR– Viene ribadita l’inefficacia di ogni forma di proibizionismo, totale o parziale, anche se la suggestione repressiva resta sempre molto attraente, anche per il mondo dei Club). Nonostante gli sforzi intrapresi, a livello mondiale non si registrano dati relativi a un consumo minore o a una diminuzione dei disturbi alcolcorrelati.

  1. Al contrario, l’alcol dilaga in quei Paesi dove è stato introdotto di recente, come ad esempio nei Paesi islamici e buddisti.
  2. Nel periodo fra le due guerre mondiali gli alcolisti cominciarono sempre più frequentemente a essere sottoposti a cure specifiche; tra queste, tutte le diverse terapie psichiatriche: l’insulinoterapia, l’elettroshock, la lobotomia, i sedativi e, all’inizio del secolo, perfino l’oppio.
  3. Alla vigilia della seconda guerra mondiale in vari Paesi esistevano già veri e propri centri per il trattamento degli alcolisti.
  4. In quel periodo sono stati utilizzati anche altri metodi di trattamento, fra i quali vale la pena ricordare quelli basati sugli studi sul riflesso condizionato di Pavlov I.P. (1927). Già nel 1929 Kantorovich N.V. introdusse in Russia il condizionamento avversivo mediante l’elettroshock. Secondo Lemere F. e coll. (1942), Sluchevsky F. e Friken in Russia, e Dent in Inghilterra, introdussero il condizionamento avversivo a base di apomorfina. Una rassegna delle terapie basate sul riflesso condizionato di avversione verso l’alcol è stata pubblicata da diversi autori.

In altri termini, l’alcolista, così come il malato di diabete, deve attenersi ad una determinata dieta priva, nel caso dell’alcolista, di alcol. Il trattamento si riferisce alle regole contenute nei cosiddetti «12 passi e 12 tradizioni» (Twelve steps and twelve traditions). All’epoca della loro costituzione, gli AA erano poco interessati alla prevenzione primaria dei problemi alcolcorrelati, e sostenevano che il bere degli alcolisti era sostanzialmente diverso dal bere dei consumatori moderati, i quali potevano continuare a bere senza alcun rischio.

Nel periodo fra le due guerre, venne fondato negli Stati Uniti il Centro Alcologico dell’Università di Yale, che più tardi passò alla Rutgers University, dove tuttora ha sede. Il Centro di Yale ha aggregato numerosi ricercatori che immediatamente prima, durante e dopo della seconda guerra mondiale lavoravano sotto la guida di Jellinek. Nel Centro vennero condotte ricerche epidemiologiche, venne fondata la rivista scientifica alcologica Quarterly Journal of Alcohol Studies e venne avviato il lavoro dell’archivio bibliograficoalcologico. Jellinek E.M. (1952,1960) sviluppò nel Centro di Yale il suo concetto di alcolismo-malattia. La sua attività fu così importante che si propose di denominare l’alcolismo con il suo nome, chiamandolo malattia di Jellinek.

Durante la seconda guerra mondiale vennero condotti diversi studi e vennero pubblicati molti trattati, in base ai quali si affermò definitivamente l’approccio medico all’alcolismo.

Questo cambiamento di ottica fu determinato dal crescente consumo di alcol e dalla diffusione dell’alcolismo, oltre che dal sorprendente sviluppo del traffico stradale e delle tecnologie avanzate, entrambi «nemici» dell’uso dell’alcol.

Dopo la seconda guerra mondiale le organizzazioni degli astinenti continuarono la loro attività, ma il controllo dei problemi alcolcorrelati e il trattamento e la riabilitazione degli alcolisti vennero sempre più spesso inseriti nei programmi dei servizi sociali e sanitari pubblici. In questo periodo vennero condotti anche i primi esperimenti sugli animali, esperimenti con i quali si cercò di chiarire alcuni aspetti dell’alcolismo e in generale dei problemi alcolcorrelati. Molto conosciuti sono gli esperimenti di Masserman J.H. e dei suoi collaboratori, inizialmente sui gatti e successivamente sulle scimmie. Tali esperimenti cercavano di dimostrare che l’alcolismo è molto simile al fenomeno della nevrosi dell’uomo. L’approccio medico all’alcolismo favorì anche, nel 1947, la scoperta del disulfiram, conosciuto sotto vari nomi (Antabuse, Etiltox), che venne entusiasticamente accolto come il definitivo rimedio contro l’alcolismo. Dopo il disulfiram furono sperimentati il citrato di calcio carbamide (Temposil) e negli ultimi anni Alcover e altre sostanze. L’obiettivo di tutti questi farmaci era di porre una barriera chimica all’assunzione di alcolici; infatti la loro assunzione congiuntamente all’alcol determina sintomi soggettivi spiacevoli che in qualche caso possono essere pericolosi.

In numerosi Paesi vennero costituiti Centri di ricerca e, fra questi, un posto importante occupa a tutt’oggi l’Addiction Research Foundation di Toronto, noto sia per le sue numerose attività di ricerca che per l’importante attività editoriale. Dall’epoca della loro fondazione, gli Alcolisti Anonimi hanno centrato l’ambito del trattamento non sul singolo ma sul gruppo, fermamente convinti che solo un alcolista possa comprendere e aiutare un altro alcolista. Per questo motivo, nonostante considerino l’alcolismo una malattia, rifiutano l’aiuto degli operatori professionisti. Questo approccio segna l’inizio, su larga scala, del concetto di auto/mutuo aiuto.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recepito il pericolo rappresentato dall’alcolismo e ha dato sempre maggiore importanza a questo problema a livello internazionale, organizzando comitati e gruppi di esperti che si occupano di problemi alcolcorrelati e che elaborano proposte e raccomandazioni per i Paesi membri (WHO, 1951, 1975, 1978, 1979a, b, c, 1980, 1982, 1987). (NdR- Negli ultimi vent’anni l’OMS ha non solo avviato nel 1992 i Piani Europei sull’alcol, che hanno stimolato i piani nazionali, ma ha dato priorità all’approccio di popolazione a partire dalla prima conferenza europea sull’alcol nel dicembre del 1995 con relativi documenti scientifici e di politica per la salute. Si riformano la Carta Europea sull’alcol e i relativi principi etici. Un numero consistente di ONG che agiscono in numerosi Paesi europei per la prevenzione e il trattamento dei problemi alcolcorrelati hanno creato un network, EUROCARE, del quale fa parte anche l’AICAT, promuovendo e stimolando politiche pubbliche di promozione della salute indipendenti dagli interessi dei produttori di bevande alcoliche). Recentemente l’OMS ha rivolto la propria attenzione all’aumento del commercio e della pubblicità di bevande alcoliche nei Paesi del terzo mondo. Tale fenomeno è evidentemente sostenuto dalle leggi del mercato e dagli interessi delle grandi case produttrici di alcolici (WHO, 1982, 1987).

Negli ultimi vent’anni è aumentato in misura evidente lo sforzo di rilanciare, nel trattamento dei problemi alcolcorrelati, un approccio medico-biologico. Sono stati inoltre messi a punto numerosi modelli teorici che tendono sia a migliorare la comprensione dei disturbi alcolcorrelati, che a elaborare programmi, più o meno completi, di prevenzione primaria, secondaria e terziaria: i cosiddetti programmi complessi. Il modello medico ha notevolmente facilitato l’entrata dell’alcolista nel trattamento e nella riabilitazione e l’alcolismo è stato di fatto inserito nelle classificazioni ufficiali dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, dell’Associazione Psichiatrica Americana, ecc. (Hudolin V., 1984; American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual Mental Disorders, 1952, 1980, 1989; Manual diagnostico y estadistico DSM-III, 1983, Acosta, C. e coll.,) ricevendo di conseguenza copertura assicurativa sia sociale che sanitaria.  

Ma anche l’approccio medico ai problemi alcolcorrelati ha rivelato col tempo i propri limiti; non è infatti in grado di chiarire l’eziologia****, di garantire la diagnosi e facilitare l’organizzazione di programmi efficaci di prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Oggi che l’alcolismo viene trattato come fenomeno di competenza delle strutture sanitarie e sociali e che l’alcolista gode degli stessi diritti di assistenza sanitaria di chi soffre di altri disturbi, è possibile studiare meglio l’approccio medico e individuarne le carenze. Questo non era possibile quando il problema più importante era garantire all’alcolista tali diritti. Sono sempre più frequenti le osservazioni che mettono in discussione i modelli medici e psichiatrici di approccio all’alcolismo e sembra ormai accettata la conclusione che l’alcolismo non è una malattia mentale. Negli ultimi anni abbiamo elaborato l’approccio cosiddetto ecologico, o verde, all’alcolismo, che presenterò in questo volume.

Concludendo questa breve rassegna storica sullo sviluppo dell’alcologia, mi preme notare che mentre la terminologia medica viene di solito usata per indicare fatti e problemi chiari e univoci, per l’alcolismo non disponiamo ancora di una definizione che sia accettata universalmente e nemmeno di una spiegazione della tolleranza e della dipendenza, sia fisica che psichica. Anche se sulla diagnosi e sulla cura dell’alcolismo sono stati scritti numerosi libri e trattati, le spiegazioni offerte non sono chiare e le terapie consigliate da una scuola vengono a volte considerate addirittura nocive da un’altra.

*          ancestrale = riconducibile al mondo degli antenati

**        paradigma = esempio, modello

***       stigma = marchio

****     eziologia = Il complesso sistematico delle cause di una malattia.

2 commenti su “Capitolo primo – Cenni storici”

  1. Cari amici dell’Acat Brescia.
    regalo di pasqua! Vera sorpresa e grande rivelazione!
    Avevo letto alcuni testi del dott. Hudolin e della sua metodologia molti anni fa, forse anche più di 30 (ma mi riservo di ricostruire bene le date, anche in vista dell’anniversario). Ero fermo là.
    Mi sono stupito dello sviluppo estremamente interessante del percorso delle riflessioni del dott. Hudolin e delle autoriflessioni dei CAT.
    La stessa evoluzione terminologica come espressione di nuove elaborazioni.
    Tutte le concettualizzazioni, frutto di esperienze, sono veramente stimolanti: continuum, famiglie con problemi alcolcorrelati, sobrietà, comunità multifamiliare, antropospiritualità. Tra l’altro vicine alla mia sensibilità e alla mia semplice esperienza nel sociale.
    La vita a volte per casualità, in questo caso la volontà di Giovanni di smettere di bere, permette nuovi bellissimi incontri e nuove positive aperture mentali. Grazie del bel regalo! ciao Fiorenzo.

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  2. Ci sono delle riflessioni su certi punti che a me sembrano naturali:
    “Nei contesti religiosi-sacrali i nomi vengono mantenuti per secoli o millenni; si pensi al termine Pasqua che esiste da 3.000 anni. I Club non hanno temuto di modificare, sulla base di nuove consapevolezze, molti termini”
    Non trovo paragonabile un qualsiasi sistema religioso col metodo Hudolin, soprattutto sulla capacità evolutiva dello stesso, i primi sono sistemi di controllo di massa che mettono al centro una o più divinità, la seconda mette al centro l’uomo, e già questo la dice lunga! I primi non si possono evolvere, perché si basano sulla loro storia, il secondo è in continua evoluzione, perché l’uomo evolve con la società. Quindi la terminologia in evoluzione è deleteria per i primi, necessaria per il secondo.
    “Sul comune di Brescia, dati anagrafe al 31.12. 2018, il 45% dei nuclei residenti è monoparentale e il 25% è composto da due membri (es. madre con figlio). La famiglia classica, padre-madre-figli, è diventata una rarità. Esiste una forte atomizzazione relazionale. Se il metodo dei Club prevede la presenza “obbligatoria” o “preferibile” dei famigliari, sempre meno persone potranno permetterselo”
    Secondo me bisogna rivedere il concetto di famiglia e nucleo familiare, che non è limitato alla sola famiglia “classica”, perché ovunque ci può essere famiglia, e partendo da questo presupposto bisogna solo identificare chi è famiglia per ognuno.
    “Per molte persone l’aggettivo impronunciabile è “sempre”. Non esistono scelte definitive di orientamento sessuale, di legame affettivo, professionali, di amicizie, di interessi. Questo si lega allo spirito di continuo cambiamento insito nel metodo Hudolin, che però prevede una appartenenza costante, a vita. Tutti i gruppi hanno problemi di fidelizzazione nel tempo. Come conciliare questa “precarietà” relazionale con la forza di un percorso che richiede continuità partecipativa?”
    Questo è un dilemma annoso che limita molti, il fino ai fiori è visto come una condanna, non come una gioia, ed è fonte di allontanamento. La gente è abituata e stregata da inizio e fine, penso sia un argomento che dobbiamo sviluppare a fondo.

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