Uscita Nona – La prevenzione dei disturbi alcol correlati

1. CONCETTI GENERALI

1.9 – Capitolo nono

La prevenzione dei disturbi alcol correlati a Brescia

1.9.a – Introduzione Franco Marcomini –Servitore insegnante di Club.

Il tema della prevenzione in campo alcologico non ha mai particolarmente appassionato Hudolin, anche se ad essa ha destinato uno dei capitoli più vasti del Manuale.

Allo stesso modo gran parte del movimento psichiatrico innovativo del Novecento si è prevalentemente concentrato sull’alienazione istituzionale e sulla stigmatizzazione sociale e culturale della malattia mentale.

Quasi mai, o molto raramente, gli innovatori si sono soffermati in modo esclusivo o prevalente su una normalità che risultava e risulta difficilmente definibile. Hanno pertanto evitato un approccio pedagogico che pretendesse di imporre un modo di vivere, una morale, un comportamento, uno stile di vita. Spesso la prevenzione, quando sconfina dalle indicazioni igieniche di base e si avvicina all’essenza dell’esistenza, al senso e al significato del piacere e del dolore, rischia di voler imporre presunti valori e modi di vivere.

L’indefinitezza della normalità ha caratterizzato la debolezza teoretico-interpretativa dell’aspetto psicofisiologico, in riferimento al disagio mentale, esistenziale e spirituale e ai disturbi e ai disordini del comportamento umano, culturalmente accettato, ma che può produrre danni a sé e agli altri, quale risulta essere il consumo di bevande alcoliche. La scienza che fonda la pratica psichiatrica è la psicopatologia (Ndr K. Jaspers, Psicopatologia generale, il Pensiero Scientifico, 2009).

L’alcologia, che nel senso etimologico si occupa dell’alcol,

nel senso comune si occupa dell’alcolismo o, in una dizione più sfumata, dei problemi alcolcorrelati. L’alcologia si fonda sul disturbo e sul disordine del comportamento e sul fenomeno di un irresistibile impulso al consumo, definito craving, e su una fissazione schiavizzante agli effetti psicotropi dell’alcol etilico, definita con il termine addiction, spesso tradotta impropriamente con la parola «dipendenza». Si fonda su un complesso intreccio di patologie intrise di normalità come accade per la salute mentale.

Paradossalmente l’oggetto della prevenzione è la normalità, e l’azione deve pertanto essere ridefinita in termini di promozione e di tutela del benessere, non eterodirette o imposte, ma responsabilmente assunte nella dimensione etica. Si tratta di migliorare costantemente la qualità della vita nel percorso di crescita e maturazione delle persone nei loro contesti relazionali.

Di fronte a questa prospettiva di migliorare la qualità della vita uno dei nodi critici, spesso sottolineati da Hudolin, è rappresentato dall’uso disinvolto delle parole dipendenza e più recentemente di addiction e di craving, dal significato impreciso, ma capaci di orientare la cultura con una parvenza di scientificità.

L’eliminazione della parola dipendenza dal metodo ecologico sociale è un aspetto essenziale che riguarda la demedicalizzazione e depsichiatrizzazione del sistema dei Club in un percorso di quarant’anni, di cui questo Manuale è una pietra miliare.

Purtroppo non vi è stato un sufficiente dibattito scientifico e culturale.

Recentemente si è assistito ad un interessante sviluppo in occasione del seminario organizzato dal Mind and Life Institute dal titolo Craving, Desire and Addiction (Ndr http://www.mindandlife.org/research-and-initiatives-category/craving-desire-addiction/).

In particolare è stimolante quanto viene affermato nell’analisi dei termini addiction e craving da Marc Lewis in una breve riflessione sul craving cycle: (Ndr http://www.mindandlife.org/research-and-initiatives/craving-cycle/)«sia per lo sviluppo umano che per l’addiction, il desiderio agisce come uno strumento di intaglio, facendo collassare la flessibilità in favore di obiettivi fissati.

Questa è la ragione per la quale la nostra comprensione dell’addiction può beneficiare maggiormente della prospettiva in stile buddista sullo sviluppo normale, anziché del modello di malattia favorito dalla scienza occidentale e dalla medicina (Ndr La sottolineatura della prospettiva buddista non rappresenta un’indicazione ad una adesione o ad una visione religiosa, ma semplicemente una riconosciuta convergenza tra ricerca scientifica e ricerca spirituale).

Gli scienziati presenti al seminario non avevano vincoli di appartenenza religiosa e sono autorevoli rappresentanti della comunità scientifica internazionale nel campo della ricerca sui fenomeni dell’addiction). La prospettiva buddista offre inoltre un vantaggio, quando si riferisce alla guarigione: un’enfasi sul valore di piena coscienza/consapevolezza (mindfulness) e autocontrollo per liberare noi stessi da attaccamenti non necessari», e più avanti, alla luce di recenti scoperte scientifiche, afferma: «se questi risultati vengono replicati, forniranno una solida evidenza che la guarigione, come l’addiction, è un processo di sviluppo che può trarre beneficio da avanzate capacità cognitive facilitate da una formazione della coscienza piena (mindfulness training)» che, tradotto nel linguaggio hudoliniano contenuto nell’approccio ecologico sociale e antropospirituale, significa formazione per la crescita e maturazione, senza limiti di tempo.

La vita non può essere guarita dalla morte che della vita è l’atto preliminare nel l’intrinseca finitudine dell’umano.

La vita deve essere vissuta coltivandola nella costante formazione esistenziale. La rivisitazione di questi concetti ci porta alla centralità della dimensione spirituale e antropologica, che dovrebbe infondere maggiore coraggio nel percorrere sentieri e strade demedicalizzate di fronte ad un fenomeno che ha anche conseguenze sanitarie molto importanti, ma che può trovare nuove ed efficaci risposte se riesce a farsi questione culturale fondamentale del nostro tempo (Ndr Potremo anche dire popolare, perché radicata nel tessuto antropologico delle nostre comunità.

Il risultato è un programma non settoriale, ma fatto di contaminazione dei saperi, come in campo artistico ha fatto il pop. Recentemente è stato introdotto il termine «pop alcologia», che non vuole essere una bizzarria, ma la necessità di costruire un’alcologia che rispetti la multidimensionalità della sofferenza umana e che accolga i saperi contaminandoli reciprocamente, senza creare gerarchie (M. Balbetto e F. Marcomini, La Pop alcologia [ovvero del Logos nell’alcol], Alcologia, n. 22, 2015, pp. 5-7).

Hudolin afferma l’inopportunità che i Club si impegnino ad attuare programmi di prevenzione in senso classico,

la prevenzione primaria. I Club hanno certamente un ruolo fondamentale nel cambiare la cultura del consumo delle bevande alcoliche, ma lo possono fare scardinando uno degli aspetti fondamentali della cultura del consumo alcolico, la distinzione tra alcolisti e bevitori moderati o responsabili. Non è semplice farlo perché anche i Club, al di là delle loro dichiarazioni e del cambiamento del nome, non si sottraggono talvolta nella pratica, per mancanza di coraggio o per scarsa convinzione, alla medicalizzazione che pretende di sapere che cosa sia l’alcolismo immaginando che sia una malattia riguardante un gruppo di persone fragili, esistenzialmente, geneticamente o evolutivamente, che sprofondano nell’abisso alcolico o si perdono in quell’immagine claustrofobica rappresentata dalla figura retorica del tunnel dell’alcol.

Fare la prevenzione in alcologia è una contraddizione in quanto il fenomeno di cui si tratta, qualunque cosa sia, è già accaduto sul piano collettivo, ma soprattutto si tratta di un oggetto largamente indefinito o con un numero eccessivo, e quindi arbitrario per definizione. Si potrebbe pensare di rivolgere l’attenzione al comportamento del bere, culturalmente accettato e largamente promosso e incoraggiato. Ma solo pensare di avere una società senza alcol come obiettivo della prevenzione, più che una follia, è semplicemente una sciocchezza. Naturalmente è bene porre dei limiti e regolamentare i consumi, ma soprattutto si devono orientare le azioni per modificare la cultura generale, sociale e sanitaria.

Quest’ultimo obiettivo può essere raggiunto solo se i programmi dell’approccio ecologico sociale saranno capaci:

1 . di modificare il comportamento medio della popolazione

relativamente al consumo di bevande alcoliche, applicando l’approccio di popolazione introdotto da Geoffrey Rose che afferma che l’incidenza e la prevalenza delle problematiche alcolcorrelate, e non solo ma anche l’ipertensione, il tabagismo, l’obesità, la depressione, sono in funzione del comportamento e delle condizioni medie della popolazione che si ritiene e viene ritenuta sana. Il paradosso della prevenzione è che deve darsi obiettivi di cambiamento per chi ha molte difficoltà ad accettarlo in quanto si sente a posto, sano, normale. Si pensi all’esperienza dei Club nei quali ognuno si reca per sé stesso insieme agli altri.

È più facile pensare che sia l’«alcolista» a dover cambiare (e lo pensa anche lui), piuttosto che sia un familiare a doverlo fare, tenendo sempre presente che nella stragrande maggioranza delle situazioni non lo pensa proprio e al massimo si ritiene il generoso accompagnatore o peggio la vittima dell’alcolista. Allo stesso modo la società si ritiene vittima dei problemi alcol correlati, degli alcolisti e dei relativi danni sociali ed economici, ma mai pensa di esserne corresponsabile a partire dal proprio bere moderato o normale. Lo stesso ragionamento vale per la malattia mentale. Questa è la grande sfida di una prevenzione che vuole essere sistemica;

2. di ricondurre le problematiche alcolcorrelate nell’ambito dei programmi di assistenza primaria.

Si evita così ogni forma di ghettizzazione, che genera la figura dell’«alcolista» come soggetto fragile e deviante e quindi separato dall’universo della popolazione costituita in gran parte da consumatori di bevande alcoliche che si ritengono moderati o consumatori responsabili;

3. di realizzare un percorso formativo delle persone,

indipendentemente dal livello di istruzione acquisito o dal ruolo o dalla funzione svolte nella società, sulle tematiche del disagio spirituale e sul significato degli stati di modificazione della coscienza attraverso quali si esprime lo squilibrio esistenziale ecologico, ideativo o comportamentale. La dimensione formativa, sia specialistica che di popolazione, rappresenta l’essenza della visione hudoliniana della prevenzione. Prevenire agendo nel contesto delle sofferenze, dei disagi e delle contraddizioni relazionali, significa stimolare, proprio a partire dai problemi, un cammino fecondo di nuovi scenari di armonia e bellezza che possono essere raggiunti attraverso la ricerca della sobrietà;

4. di andare alla radice dei drammi esistenziali del nostro tempo,

vissuti nei contesti familiari e più allargati delle comunità di appartenenza, geografiche o relazionali, drammi messi in scena anche attraverso le intossicazioni da alcol e altre droghe, l’illusoria prospettiva di un guadagno senza fatica e affidato alla sorte, impropriamente definito ludopatia, la confusione tra amare e possedere, la fuga nell’immaginario, il disarmonico fluire dei pensieri e delle idee, le bizzarrie degli umori travolgenti e pervadenti;

5. di formare le persone all’etica e al senso di responsabilità,

senza i quali anche l’intervento legislativo più appropriato rischia di naufragare. Hudolin insiste molto sulla formazione che rimane saldamente ancorata alla visione sistemica, senza derive intimistiche, pur riconoscendo il valore profondo della dimensione sentimentale ed emozionale nei sistemi relazionali. La cifra dell’autenticità della scelta rimane profondamente radicata nel comportamento.

Hudolin ci consegna, dunque, pagine sintetiche ed essenziali sui temi della prevenzione, pregne di concretezza e di grande armonia tra indicazioni di necessarie politiche alcologiche e scelte personali nei contesti ecologici sociali, sistemici.

È un’alcologia che rimane molto innovativa anche dopo decenni perché spinge alla contaminazione dei saperi e delle arti, anticipando, senza mai enunciarlo, un modo di essere popolare dell’alcologia con un ampio spettro di azione e che non si attarda in azioni estemporanee, ma vuole farsi cultura.

Al centro di questa proposta antropologica viene posta la questione essenziale della sobrietà che in nessun modo coincide con l’astinenza, pur non potendo eluderla. Astenersi dall’uso di un oggetto di consumo «non ordinario» è un gesto forte di apertura e di rivolta nell’epoca del soverchiante soddisfacimento del bisogno che non ammette frustrazioni feconde, ma esige di essere continuamente nutrito, nel moto perpetuo e immobilista di una compulsione che annulla ogni percorso di crescita e maturazione.

Il concetto hudoliniano

a partire dalla sottolineatura della priorità delle problematiche alcol correlate, intese come sintomo espressivo di un disagio spirituale, antropologico e mentale, simbolo di un tempo che sprofonda nel godimento e nella banale deriva di una perenne adolescenza e di una vecchiaia annichilita e negata, deriva che sembra non cogliere l’urgenza di vivere intensamente, coerentemente con l’attualità del tempo cronologico vissuto, l’età, in una armonia costruttiva tra le generazioni (Ndr M. Benasayag e R. Mazzeo – C’è una vita prima della morte? -Trento, Erickson, 2015).

Siamo ampiamente oltre, in uno spirito radicalmente innovativo e demedicalizzato, dagli schemi e dalle azioni classiche della prevenzione alcologica. Hudolin propone un complesso modello di sensibilizzazione e formativo della società e delle persone attraversate dalla sacralità trascendente delle relazioni (Ndr S. Weil, La persona e il sacro, Milano, Adelphi, 2012).

Naturalmente non viene esclusa la necessità di avere politiche pubbliche per la salute che pongano limiti ai consumi delle bevande alcoliche (Ndr E. Griffith, Alcohol Policy and The Public Good, Oxford, Oxford University Press, 1995) e ne evidenzino la pericolosità anche attraverso specifiche limitazioni contestuali che non rappresentano pure forme di proibizionismo, ma esprimono un aspetto della dimensione etica collettiva.

È un’esperienza umana e scientifica, allo stesso tempo, quella che ci offre Hudolin nel trattare il tema della prevenzione, spingendoci a superare l’autoreferenzialità degli specialismi, ma anche a evitare generalizzazioni un po’ moraliste che perdono di vista l’etica applicata alla concretezza delle scelte particolari. Sembra utile proporre un concetto molto semplice contenuto nell’espressione «pensare globalmente e agire localmente», che non significa una definizione geografica dell’agire, ma una applicazione di una visione generale, ecologico sociale e antropospirituale ad ogni singolo caso particolare, nella fattispecie il consumo delle bevande alcoliche, la cultura che lo sostiene e i relativi danni con conseguente significato.

Si tratta di uno straordinario esempio innovativo di approccio umanistico alla prevenzione.

1.9.b – Capitolo nono Hudolin

Introduzione

La prevenzione primaria (Ndr La prevenzione primaria è un concetto superato dall’introduzione della promozione della salute che precisa in modo più efficace il legame che intercorre tra azione curativa e preventiva. Con prevenzione primaria si intendeva l’agire prima che un fenomeno accada. Se, nel caso dell’alcologia, ci si riferisce al consumo di bevande alcoliche l’obiettivo può essere: 1. o la sua eradicazione nella società, obiettivo irrealizzabile, 2. o la sua riduzione a livelli accettabili, spesso coincidenti con i concetti di bere sensibile, bere sociale, bere moderato, obiettivo in parte identificabile con la riduzione dei consumi generali.

Se invece la prevenzione riguarda i «disturbi alcolcorrelati», gli obiettivi e le strategie sono diverse. Prima di tutto l’oggetto non è più la semplice riduzione dei consumi, ma l’evitare il danno agendo sulla riduzione o sospensione dei consumi nella popolazione i cui consumi sono a maggiore rischio di consumo. È ovvio che non è possibile la prevenzione primaria se il danno è già stato prodotto e si renda necessario cercare un rimedio efficace. Ricordo che Hudolin riteneva i Club degli alcolisti in trattamento non idonei all’azione diretta di prevenzione primaria. Non sarebbero stati credibili e avrebbero potuto essere utilizzati come alibi per continuare a bere in quanto appartenenti all’universo dei bevitori nei quali non vi è evidenza di danno alcolcorrelato.

I Club possono essere ammirati e stimati per lo sforzo riabilitativo e di cambiamento che i membri fanno, ma non possono rappresentare una ragione per ridurre i consumi nella popolazione generale.

Le tecniche costituite dalle testimonianze degli «alcolisti», «ex alcolisti», questi sono i termini del senso comune, o delle «famiglie con problemi alcol correlati», nei contesti comunitari e/o scolastici, sono inefficaci o soporifere in quanto rappresentano lodevoli esempi di fenomeni sentiti radicalmente distanti. Questo aspetto apre una necessaria riflessione sul senso delle scuole di terzo modulo che dovrebbero sensibilizzare la popolazione generale. Ma su quale aspetto? Sui consumi di alcolici e la cultura sottesa o sulle strategie per ridurre o evitare i danni derivanti dal consumo di alcol che in questo secondo caso non può essere interpretato come problema in sé) dei disturbi alcol correlati richiede che si attuino adeguati programmi di educazione alla salute. Educazione alla salute appartiene ad un’epoca ormai remota, anche se effettivamente un’efficace educazione alla salute in ambito alcologico non è mai stata pienamente realizzata.

Negli anni nei quali questo testo venne redatto l’educazione alla salute, da distinguere dall’educazione sanitaria che mantiene un forte carattere medicalizzato, rappresentava un’indicazione estremamente innovativa e certamente per Hudolin era un’apertura verso il percorso dinamico ed evolutivo di promozione della salute) che si conducano ricerche approfondite, (Ndr L’invito alla ricerca è una costante del pensiero e dell’opera di Hudolin. La ricerca per Hudolin non è mai mera oggettivazione o misurazione di un evento dall’esterno.

Ricerca significa partecipazione e valorizzazione costante attraverso il miglioramento costante della qualità) e che si provveda alla formazione permanente (Ndr Formazione permanente e ovviamente multidisciplinare. È una formazione che va oltre gli stretti confini dei saperi e ha un carattere umanistico) di chi opera in questo campo.

Con la prevenzione primaria si deve tendere a far diminuire il consumo di alcol pro capite nella popolazione;

questo obiettivo si può conseguire solo se i membri della comunità locale cambiano il loro comportamento, il loro stile di vita Concetto estremamente semplice, detto con linguaggio comprensibile, ma cosa significa che la popolazione cambi il proprio stile di vita? Che rapporto intercorre tra un consumo di alcol che non desta fastidio negli altri e ha probabilità basse che venga prodotto un danno e uno stato di intossicazione, occasionale, periodico o costante? Ogni persona deve assumere una posizione chiara sul proprio rapporto con le bevande alcoliche, decidere cioè se bere o non bere, ed eventualmente quanto bere e quando. L’educazione alla salute deve essere offerta soprattutto ai giovani.

In tal modo si può cercare di cambiare la cultura socio-sanitaria dominante e il modo in cui la società guarda al bere. Il consumo delle bevande alcoliche è profondamente radicato nella nostra cultura e non è pensabile cambiarlo in un breve periodo di tempo. Bisogna organizzare dei programmi adeguati e di necessità complessi e per questo ci vogliono tempi lunghi, su scala generazionale.

Anche se le misure repressive possono essere utili, è difficile pensare di ottenere un cambiamento comportamentale stabile solo attraverso misure coercitive (Ndr La suggestione dell’efficacia delle misure repressive è largamente diffusa anche nel mondo dei Club e deve essere osservata con spirito critico perché può impedire la natura etica del cambiamento. L’estetica e l’etica devono guidare le scelte individuali e collettive, trasformarsi in cultura e successivamente in regolamenti, leggi, condivise e interiorizzate). I tentativi fatti negli Stati Uniti nel periodo del proibizionismo sono ben noti; anche ai nostri giorni si tenta, di tanto in tanto, di applicare gli stessi metodi, anche se i risultati non sono mai stati positivi.

Ai fini della prevenzione, bisogna preoccuparsi di motivare soprattutto gli astinenti (Ndr Astinenti, alcolisti, moderati, i tre elementi, ai quali vanno aggiunti gli astemi, costituenti l’insieme delle contraddizioni del fenomeno alcolismo. Incoraggiare gli astinenti significa rompere il meccanismo della medicalizzazione che introduce una nuova forma di moralismo attraverso il concetto di malattia dell’alcolismo e incoraggia i consumi attraverso il modello pedagogico e altrettanto moralista del bere moderato.

Incoraggiare gli astinenti è porli al centro di una contraddizione che è di tutti.

L’astinenza non è prescritta o prescrivibile, è un’esperienza che per essere compresa deve essere praticata. Per questa ragione Hudolin introdusse la prova delle sei settimane, provare a rimanere astinenti dall’alcol per sei settimane, indipendentemente dalle quantità ordinariamente consumare e dagli stili di consumo.

Quello che conta non è il risultato, ma l’esperienza sempre carica di contraddizioni/ricadute) che si trovano a vivere in un mondo in cui normalmente si bevono alcolici e in cui esistono anche gli alcolisti. Si tratta allora di coinvolgere gli astinenti e di spingerli a collaborare con la comunità senza che si sentano isolati.

I consumatori moderati dovrebbero ricevere un’adeguata educazione sanitaria e quindi decidere quale posizione assumere verso il bere; devono cioè decidere se non bere, o se bere, e in quest’ultimo caso come, quando e quanto bere. Dal loro comportamento dipende in gran parte la possibilità di diminuire il consumo di alcol nella popolazione generale e di diminuire la prevalenza dei disturbi alcolcorrelati.

Qualunque corretto intervento di educazione sanitaria prenderà le mosse dal fatto che il bere è un comportamento a rischio.

Solamente con una prevenzione primaria ben organizzata si può ridurre in modo significativo il numero di quanti accedono ai servizi socio-sanitari per richiedere un trattamento. È chiaro che l’impegno prioritario va speso nel campo della prevenzione e non in quello della cura e della riabilitazione (Ndr Questa semplice indicazione va in senso opposto a quanto attualmente accade, sia in termini di investimenti economici che di tempo dedicato). Quando è già presente un comportamento pericoloso, lo stato di malattia o la disabilità, per quanto si possa fare, ci si limita spesso a cercare di salvare il salvabile o a differire nel tempo il problema.

La protezione e la promozione della salute è un insieme di interventi e programmi complessi, che comprendono anche la protezione della salute delle persone sane. Bene sarebbe unire gli sforzi e le esperienze, invece di tollerare che alcuni servizi e alcune associazioni private se ne occupino in maniera separata, parcellare e a volte contrapposta.

(Ndr Vi è qui una prima indicazione, non esplicitata nel nome, del Centro Alcologico Territoriale Funzionale che deve diventare sempre meno alcologico e sempre più ecologico sociale, attento alle molteplici problematiche correlate al disagio spirituale e mentale. Per sottolineare la particolare visione che Hudolin ci ha lasciato in eredità per essere ogni volta conquistata e coltivata, il Centro potrebbe essere definito hudoliniano. Espressione semplice e impegnativa che impone la fatica di farlo conoscere entrando nei meccanismi culturali delle nostre comunità locali).

 La soluzione migliore sarebbe di garantire la protezione e la promozione della salute attraverso i servizi di prevenzione primaria, attivando una fitta rete di supporti e di punti di appoggio radicati nella comunità territoriale. Oltre agli operatori professionisti bisognerebbe coinvolgere anche gli operatori volontari e le loro associazioni. Nei nodi della rete territoriale vanno inclusi i singoli, le famiglie, i servizi pubblici, le associazioni private, le istituzioni; tutti dovrebbero impegnarsi seriamente per migliorare la qualità della vita; in altre parole per conseguire una salute migliore.

Concetti fondamentali

Le difficoltà che si incontrano nella prevenzione primaria dei disturbi alcol correlati derivano soprattutto dal fatto che si basa su concetti che non sono ancora chiaramente definiti. Una difficoltà è causata inoltre dal fatto che il bere alcolici è una pratica socialmente accettata e infine dalla mancanza di operatori preparati per questo compito. In altri campi è molto più semplice realizzare programmi di prevenzione.

Ad esempio, nella prevenzione primaria delle malattie infettive, si sa esattamente che cosa si vuole ottenere e cosa si deve fare e con quali strumenti. Inoltre la prevenzione viene fortemente sostenuta sia da parte degli operatori, che da parte della società. Gli operatori, già nel corso degli studi, ricevono gli insegnamenti di base sul modo e sulla necessità di fare la prevenzione delle malattie infettive.

Quando si tratta di disturbi alcolcorrelati, tutto è molto più difficile; sia perché il bere è un modello di comportamento socialmente accettato, sia perché non si sa bene che cosa si deve controllare. Sembra quasi che per fare prevenzione dei disturbi alcolcorrelati si debba finire per scontrarsi con la società e le sue istituzioni, e addirittura con i servizi socio-sanitari, poiché tutti accettano o tollerano il bere.

Anche se le cause delle malattie infettive non agiscono su tutte le persone in modo uguale e anche se non tutti si ammalano al primo contatto con l’agente patogeno, a nessuno, tantomeno al medico, viene in mente di non rispettare le misure preventive.

Nel caso della prevenzione dei disturbi alcol correlati pero, la situazione è molto diversa.

Per realizzare una buona prevenzione, non solamente dei disturbi alcol correlati, ma anche di ogni altro disturbo del comportamento o di altri disturbi della salute, dovrebbe essere chiaro contro che cosa bisogna lottare. Anche se a prima vista il quesito sembra banale, quando si tratta di disturbi alcol correlati, la situazione è diversa. La situazione non chiara nemmeno quando si tratta di problemi medici alcol correlati; per non parlare dei disturbi familiari e sociali. Se l’alcol è il fattore eziologico in tutti i disturbi alcol correlati, anche in quelli di carattere medico, parrebbe opportuno muoversi per eliminare del tutto l’alcol, a prescindere quindi che esistano, oltre all’alcol, anche altri fattori causali.

Senza l’alcol non esisterebbe l’alcolismo, e quindi nemmeno i disturbi alcol correlati. Nonostante ciò, da sempre, la prevenzione dei disturbi alcol correlati ruota intorno a due concetti: la lotta per l’astinenza e il bere moderato. In verità questi due concetti non sono mai stati chiariti del tutto. Le organizzazioni degli astinenti hanno iniziato la lotta per l’astinenza già a partire dal XIX secolo; il loro obiettivo è dato dalla proibizione della produzione, della vendita e del consumo di alcolici. Queste organizzazioni vedono nell’alcol la causa principale dei disturbi alcol correlati.

Quanto sostenuto dagli astinenti era rifiutato dalla società, che sosteneva il concetto del bere moderato.

Oggi non è possibile perseguire l’astinenza secondo l’ottica delle organizzazioni degli astinenti; pur apparendo una strada ragionevole, non è oggi socialmente praticabile. Sia chi propugna l’astinenza, sia quelli che difendono il bere moderato, producono una quantità di indagini e ricerche a sostegno delle rispettive tesi. Si cerca perfino di introdurre un trattamento che porterebbe l’alcolista al cosiddetto bere moderato.

Risultati parziali sono stati ottenuti nel controllo dell’intossicazione acuta, ma non del bere. Questi risultati sono però più frutto dello sviluppo tecnologico, che non di una attività organizzata di prevenzione. Le misure introdotte nel traffico e sul lavoro hanno prodotto alcuni risultati; se vi sono meno persone ubriache, non è conseguenza di un diverso stile di vita, ma è per l’incompatibilità che esiste tra l’ubriachezza e la tecnologia moderna, e perché sono state introdotte precise misure repressive.

La società promuove il consumo delle bevande alcoliche e sostiene il concetto del cosiddetto bere moderato. In questo senso sono state effettuate molte ricerche, per dimostrare che una determinata quantità di alcol, assunta quotidianamente, non è pericolosa per l’uomo. Mentre si discute su questi concetti, il bere continua a essere considerato un modello di comportamento socialmente accettabile, anzi, auspicabile e sostanzialmente più desiderabile dell’astinenza. Fare una scelta di astinenza vuol dire in fondo andare contro una regola sociale ampiamente condivisa e supportata

Lo sviluppo tecnologico impedisce solo parzialmente gli stati di ubriachezza;

in realtà il consumo annuo di alcol pro capite è in aumento (Ndr Il riferimento è al consumo planetario, se guardiamo al consumo nei singoli Paesi si osserva che negli ultimi trentanni in alcune realtà i consumi della popolazione si sono ridotti. La riduzione dei consumi, per molteplici fattori, non del tutto conosciuti, non ha modificato in modo sostanziale la cultura del consumo di bevande alcoliche che resta fortemente ancorata ad un incoraggiamento del bere moderato e ad una medicalizzazione/stigmatizzazione dell’alcolismo) e in aumento sono anche i disturbi fisici, psichici, familiari e sociali provocati dall’alcol.

Nonostante le nuove tecnologie richiedano un cambiamento comportamentale si continua a bere. Secondo l’opinione di molti esperti, nei prossimi vent’anni, la durata della giornata lavorativa sarà sensibilmente ridotta. Questo comporterà per l’uomo maggiori spazi a disposizione.

Il tempo libero dovrebbe essere sfruttato per sviluppare la creatività dell’uomo.

Per questo bisogna cambiare lo stile di vita, la cultura della comunità. È un’operazione che richiede tempi lunghi anche se il tempo a disposizione è poco, visto l’incalzare dei cambiamenti tecnologici e sociali. Per poter assicurare una migliore qualità della vita è di grande importanza cambiare i nostri comportamenti riguardo al bere alcolici.

Bere alcolici, lo ribadiamo, è un comportamento a rischio, e tutti i programmi di prevenzione primaria dovrebbero essere organizzati in base a questa considerazione. L’OMS consiglia di operare per una riduzione del 25% del consumo di alcol entro il 1995 (Ndr Successivamente a questa data, che coincide con la prima Conferenza europea sull’alcol, sono stati prodotti numerosi documenti e piani di azione che si muovono intorno agli obiettivi di ridurre i consumi generali di alcol etilico, ritardare l’iniziazione, ridurre i danni alcol correlati).

Le fasce di popolazione a rischio

Le ricerche, specialmente quelle epidemiologiche, condotte in molti Paesi dopo la seconda guerra mondiale, secondo diverse metodologie, hanno fissato alcuni punti fermi. L’incidenza e la prevalenza dei disturbi alcol correlati dipendono dal consumo medio annuo pro capite di alcol.

Non si può intervenire sull’incidenza e sulla prevalenza esclusivamente con il trattamento e la riabilitazione degli alcolisti, ma lo si deve fare soprattutto con la diminuzione del consumo complessivo di alcol. Questo obiettivo va perseguito attraverso programmi di prevenzione primaria, che dovrebbero essere coordinati dai servizi socio-sanitari di base.

Attualmente è noto che l’educazione e l’istruzione in materia quasi non esistono. Ricerche condotte nelle scuole elementari e in quelle secondarie di primo e secondo grado hanno dimostrato che l’informazione e l’educazione sanitaria fatte a scuola poco incidono sul rapporto verso le bevande alcoliche, che è già stato acquisito nella famiglia di origine.

Per arrivare a ridurre i consumi occorre definire i gruppi di popolazione a rischio, definire i programmi di prevenzione primaria e le modalità del loro svolgimento (Ndr Hudolin suggerisce di evitare un approccio generalista e generico e invita ad agire in modo articolato per ambiti specifici avendo una visione di insieme. Viene definito in questo modo un atteggiamento sistemico ed ecologico sociale nei confronti della prevenzione).

Per svolgere questo lavoro bisognerebbe formare adeguatamente un numero sufficiente di operatori e di insegnanti per i programmi nelle scuole.

Per ridurre il consumo medio annuo pro capite di alcol, bisognerebbe individuare le fasce di popolazione a rischio e dedicare loro gli sforzi maggiori nel lavoro di prevenzione. È evidente che non sarà possibile diminuire il consumo di alcol se ci si rivolge agli astinenti. Con i programmi di prevenzione non si può nemmeno diminuire il consumo nel gruppo degli alcolisti; per gli alcolisti vanno organizzati programmi di trattamento e di riabilitazione.

Chiarito che non è con gli astinenti né con gli alcolisti che si deve agire per ridurre i consumi, risulta evidente che i programmi di prevenzione si devono rivolgere ai bevitori moderati, vera fascia di popolazione a rischio. Sappiamo che il bere nel gruppo dei consumatori moderati è un modello di comportamento che la società sostiene largamente.

L’alcol però è una sostanza tossica, e quindi non è pensabile che possa essere accettato e che si possa differenziare il suo uso dal suo abuso. La prevenzione primaria è un lungo cammino educativo che si rivolge ai bambini, ai giovani e agli adulti. Per questo lavoro è necessario mobilitare un gran numero di operatori e di educatori, e non ci si può limitare a interventi e misure repressive. Lo scopo della prevenzione è di far lievitare nella comunità un modello di vita tale da permettere ad ogni membro di prendere una decisione autonoma sul proprio rapporto con il bere.

Secondo la teoria generale dei sistemi, si può ottenere un cambiamento del comportamento solamente con un cambiamento dei vari sistemi che sono in gioco: la famiglia, la comunità locale, le aziende di lavoro, le istituzioni, e non agendo esclusivamente sul singolo individuo. L’operatore che si occupa di prevenzione, oltre che avere determinate conoscenze teorico-scientifiche, dovrebbe tenere dei comportamenti coerenti e tali da rappresentare modelli di identificazione positivi.

Ci si chiede sempre se l’operatore può bere o no; in altre parole, quale deve essere il suo rapporto verso le bevande alcoliche.

Il compito principale della prevenzione primaria è di mobilitare un sufficiente numero di operatori per coinvolgere ogni singola persona oltreché le strutture sociali esistenti, all’autoprotezione, al fine di favorire una migliore qualità della vita, ricorrendo all’approccio ecologico, o verde, ovvero migliorando gli equilibri ecologici della comunità. Può accadere che i futuri operatori socio-sanitari non accettino, nel corso degli studi, il modello comportamentale suggerito e poi anche nel loro lavoro si adeguino al modello sociale del bere moderato; qualche volta diventano anche alcolisti.

Il problema è complesso ed è molto difficile dare una risposta univoca al bere degli operatori. Se si ritiene che l’operatore, in particolare il medico, dovrebbe fare propria la moderazione, le cose non cambieranno mai; se si risponde che l’operatore deve praticare l’astinenza, ci si scontra subito frontalmente. Nella letteratura questo problema viene affrontato in modi diversi. Le opinioni variano; vi sono autori che affermano che ai fini della prevenzione la questione è irrilevante, e vi sono autori che richiedono la totale astinenza da parte del medico e da parte degli altri operatori.

Cosa sostenere e cosa proporre nella prevenzione primaria dei disturbi alcolcorrelati? Sicuramente il non bere è il modello comportamentale preferibile e largamente consiglia-bile, e quindi anche gli operatori nella prevenzione primaria dovrebbero essere educati e formati in questo senso, lasciando libertà di scelta all’interessato.

Programmi di prevenzione

Programmi di prevenzione dei disturbi alcolcorrelati sono già stati descritti oltre cent’anni fa e anche allora la discussione ruotava intorno ai concetti di astinenza e di bere moderato. In un secondo tempo a questi due concetti è stato aggiunto quello di alcolismo come malattia. Quando si leggono gli interventi sulla prevenzione dei disturbi alcolcorrelati, fatti nella seconda metà del XIX e all’inizio del XX secolo e pubblicati in Jugoslavia (Hudolin Vl. e coll., 1964, 1967), si ha l’impressione che le proposte di quel periodo fossero molto più coraggiose e avanzate di quelle attuali.

La metodologia di prevenzione primaria proponeva un approccio integrato di interventi diversi:

  1. a) educazione sanitaria e sociale;
  2. b) misure repressive;
  3. c) trattamento e riabilitazione legati alla prevenzione.

Sono stati anche fatti tentativi di introdurre programmi complessi e integrati. L’educazione alla salute non si può esaurire con interventi di informazione sanitaria, fatti a volte da operatori che non hanno una posizione personale chiara sul bere. Parlare ai giovani dei danni che provoca l’alcol e parlare dell’alcolismo non ha un particolare significato e in genere non lascia tracce profonde. Per questi problemi i giovani si comportano come se avessero sette vite! Del resto il comportamento degli adulti la dice lunga su come questa modalità di lavoro non dia risultati.

Sulle modalità di conduzione dell’educazione sanitaria abbiamo pubblicato molti interventi e anche un apposito manuale (Hudolin Vl., 1988, 1989). Anche nel lavoro con i giovani si pone sempre più l’accento sulla necessità di migliorare la qualità generale della vita. L’attività di prevenzione nei confronti dei bambini e dei giovani deve iniziare molto presto, già nel corso dei primi processi educativi in famiglia. L’educazione alla salute va preparata molto attentamente e dovrebbe essere condotta dal medico, dagli insegnanti e da altre istituzioni sociali; dovrebbe essere diretta all’intera famiglia.

È sempre centrale il quesito circa la posizione dell’educatore nei confronti del bere.

Presso la Clinica di neurologia, psichiatria, alcologia e altre dipendenze di Zagabria sono stati curati numerosi insegnanti delle scuole elementari e medie. Chiaramente questi insegnanti non sono adatti a condurre interventi di prevenzione; ciò detto però non è chiaro cosa si debba fare al riguardo. Un insegnante alcolista può educare i giovani? Abbiamo già detto che, in base agli attuali orientamenti, i programmi di prevenzione primaria devono essere coordinati dai servizi socio-sanitari di base d’intesa con la medicina scolastica e del lavoro e con le organizzazioni private che si occupano di questi problemi.

La formazione degli operatori

I disturbi alcolcorrelati non costituiscono soltanto un problema sanitario; per affrontarli deve esserci il concorso di una pluralità di operatori, con diversa professionalità, e di una pluralità di istituzioni, sia pubbliche che private.

I programmi di prevenzione devono essere pianificati sul lungo periodo e per la loro realizzazione richiedono numerosi operatori. I servizi sanitari non hanno, e non avranno mai, a disposizione un numero sufficiente di operatori per questa attività; del resto vi sono esperti di altre discipline che potranno svolgere meglio le attività di educazione alla salute per alcune categorie di cittadini; ad esempio l’insegnante si occuperà dei bambini e dei giovani. La prevenzione deve tener conto delle scoperte scientifiche più recenti. Non può essere condotta come cent’anni fa! Bisognerebbe, ad esempio, integrare la formazione degli operatori scolastici per prepararli al lavoro di prevenzione. Non è possibile pensare che i servizi sanitari e quelli sociali svolgano tutto il lavoro di prevenzione. I servizi da soli non sono sufficienti e comunque bisogna definirne più chiaramente il ruolo.

Il servizio sanitario di base ha un ruolo di coordinamento e cura l’attivazione, la formazione e l’aggiornamento degli operatori professionali e dei volontari. I servizi sanitari e sociali, nel loro insieme, promuovono ricerche epidemiologiche, seguono l’evoluzione dei programmi, verificano il lavoro svolto e valutano i risultati ottenuti. I servizi dovrebbero operare in modo tale da ridurre drasticamente il numero dei problemi alcolcorrelati e in tal modo agire anche indirettamente in termini di prevenzione. Questo non escluderà naturalmente il ricorso all’ospedalizzazione, purché le indicazioni siano molto chiare.

Gli alcolisti sono ricoverati non solo in psichiatria, ma anche in altri reparti: in medicina, in traumatologia, in chirurgia, ecc. Anche questi reparti dovrebbero agire non soltanto sulle complicanze dell’alcolismo, ma soprattutto sulle cause. In Italia è quasi la regola che l’ospedalizzazione e il trattamento degli alcolisti avvenga nei reparti di medicina interna. In questi reparti dovrebbe essere condotto il trattamento complesso degli alcolisti.

È probabile che in un prossimo futuro aumenti il numero di reparti alcologici, perché l’alcolismo non è un disturbo né di competenza psichiatrica, né internistica (Ndr Hudolin allora cercava una specificità alcologica, che fosse in grado di andare oltre la medicalizzazione e la psichiatrizzazione. Un passaggio molto difficile che rimane incompiuto. Oggi dobbiamo cercare uno spazio esistenziale e culturale che sia specifico luogo di contaminazione dei saperi, delle discipline e delle pratiche. Si tratta una rilettura alcologica a partire da una scienza che approfondisca la complessità, abbia una forte matrice culturale e filosofica e sia popolare). In Jugoslavia, in particolare in Croazia, esistono numerosi reparti alcologici.

I servizi socio-sanitari dovranno organizzare i programmi di protezione e di promozione della salute mentale nelle comunità locali e nel mondo del lavoro e dovranno attivare anche i Club degli alcolisti in trattamento.

Dovrà inoltre essere assicurato un buon numero di operatori per il lavoro nei Club che dovranno essere opportunamente motivati e formati. I Club hanno una forte azione e un forte significato preventivo indiretto e possono servire da laboratorio sperimentale (Ndr I Club nella prevenzione non svolgono un ruolo diretto, ma rappresentano un laboratorio culturale che può contribuire, indirettamente, all’azione di prevenzione) nella educazione socio-sanitaria della popolazione, e in genere nella prevenzione.

Come abbiamo già detto i servizi socio-sanitari dovrebbero organizzare e coordinare una rete territoriale finalizzata alla protezione e alla promozione della salute. Secondo l’ottica attuale, la rete è composta dai singoli, dalle famiglie, dai servizi, dalle varie istituzioni, dalle organizzazioni private, dalle associazioni di volontariato, dalle aziende di lavoro, dalle scuole, ecc. I Club sono un nodo importantissimo di questa rete

(Ndr I Club sono un nodo della rete, non la rete. A volte si ha l’impressione che i Club desiderino essere loro la rete, rinchiudendosi in una sorta di percorso di alienazione. Oppure che partecipino acriticamente a reti costituite su presupposti e visioni contrapposte a quelle sistemiche ed ecologico-sociali. In quest’ultimo modo esiste un percorso di partecipazione, ma viene snaturata l’identità dei Club e dei loro programmi, anche se ci soffermassimo al solo ambito alcologico).

Le componenti sociali

Non ha alcun senso dire che la società, o alcune sue organizzazioni e istituzioni, devono porre in essere determinate misure nei confronti dei disturbi alcolcorrelati. Spetta ai Centri alcologici territoriali, se esistono, preparare programmi di lavoro per il controllo dei disturbi alcolcorrelati sul territorio, programmi basati appunto sul modello del lavoro territoriale di rete. L’attività delle istituzioni e dei servizi non può fermarsi alle afferma-zioni di principio, ma deve calarsi nel concreto dell’operatività. L’obiettivo e il compito sono quelli di elevare la qualità della vita e di risolvere i disturbi ecologici nella società

(Ndr Hudolin allarga e restringe in un percorso molto complesso che desidera ricondurre la stessa alcologia al disagio esistenziale del nostro tempo).

Anche alcune misure repressive possono portare a cambiare l’atteggiamento verso il consumo degli alcolici.

Queste misure però devono essere soppesate attentamente e calibrate in base alla situazione esistente; bisogna anche tener conto delle effettive possibilità di metterle in pratica e devono essere adattate continuamente ai cambiamenti. Ricorrendo a programmi educativi e a misure repressive, è stato possibile, ad esempio in Francia, far diminuire il consumo delle bevande alcoliche in un tempo relativamente breve. Ciononostante la Francia resta ancora al primo posto nel mondo per il consumo di alcol.

Nell’attività di prevenzione un ruolo contrastante, a volte positivo, a volte negativo, lo hanno i mass media (Portamen e Maconen, 1988). In Jugoslavia è proibita la pubblicità delle bevande alcoliche che però viene fatta indirettamente, mentre i mass media sono poco usati per le attività di prevenzione.

A prima vista può sembrare che la prevenzione non abbia alcun legame con la valutazione dell’idoneità lavorativa. Non bisogna però dimenticare che tutte le attività sociali, e quindi anche la valutazione dell’idoneità lavorativa, dovrebbero essere dirette alla protezione e alla promozione della salute. Potrebbe altrimenti sembrare che la società abbia interesse ad avere molti invalidi, e di conseguenza molto lavoro nel campo delle attività sociali.

Bisogna inserire la prevenzione dei disturbi alcolcorrelati sia nella prevenzione secondaria che in quella terziaria, cioè nella cura e nella riabilitazione. La prevenzione secondaria e terziaria devono integrarsi con la prevenzione primaria e con la protezione sociale, nella preparazione e nella conduzione dei programmi di formazione degli operatori. A questo livello di base va organizzata la prevenzione per gli utenti e per le loro famiglie.

I programmi di prevenzione per la protezione della salute

Non bisogna considerare la prevenzione come un’attività a sé stante. La prevenzione deve essere intesa come un complesso di attività che investono molteplici professionalità alle quali è demandato il compito di assicurare una migliore qualità della vita nelle comunità in cui l’uomo vive e lavora.

La prevenzione non è un servizio che viene offerto al singolo, alla famiglia o alla società, ma è parte integrante dell’attività complessiva di protezione e di promozione della salute. E a questa attività deve partecipare ogni singolo, ogni famiglia e ogni struttura della comunità; deve essere intesa come parte integrante della comunità.

Se ci si limita a fare un elenco rigido di ciò che ogni singola persona dovrebbe fare, si finisce per creare uno dei tanti inutili programmi di delega completa e di prescrizioni tassative di comportamento. I servizi sanitari, le strutture politiche, i sindacati hanno offerto spesso simili programmi, però in pratica nulla è cambiato nell’attività di prevenzione. È il caso di ricordare infine che la qualità della prevenzione dipende molto più dall’impegno delle varie istituzioni nella comunità, che non dagli stessi servizi socio-sanitari.

I programmi di prevenzione primaria sono organizzati in modo tale da avere la responsabilità della protezione e della promozione della salute di una determinata comunità. Queste attività non possono essere svolte direttamente dai servizi di base, che devono piuttosto avere un ruolo di coordinamento, di proposta e di valutazione dei programmi.

La prevenzione dei disturbi alcol correlati, anche se ha alcune specificità, è comunque parte dei programmi di protezione generale della salute.

Attualmente si organizzano i comitati per la protezione e la promozione della salute mentale e i Club degli alcolisti in trattamento che, come associazioni di cittadini, rappresentano, nella protezione della salute, le forze del volontariato in assenza delle quali non è possibile ottenere risultati adeguati. Gli obiettivi della prevenzione primaria si potrebbero riassumere nei seguenti punti:

1 . L’operatore sanitario non dovrebbe mai consigliare di assumere bevande alcoliche, né all’ammalato, né alle altre persone con cui ha a che fare. E neppure dovrebbe, con il proprio comportamento, sostenere il bere nel proprio ambiente.

 2. L’operatore sanitario deve consigliare l’astinenza e sostenerne la necessità, nei casi   in cui l’alcol sia particolarmente controindicato, come ad esempio, nelle donne in stato di gravidanza, nei cardiopatici, nei bambini e nei giovani, nelle persone con disturbi alcolcorrelati, anche se non sono alcolisti, in tutti i casi di epilessia, nei traumatizzati cranici, negli epatopatici, negli ipertesi, nei soggetti in trattamento con farmaci nei confronti dei quali l’alcol è controindicato e può creare pericoli, come ad esempio nella guida degli autoveicoli.

3. L’operatore sanitario dovrebbe pubblicizzare e sostenere le norme che regolano il con-sumo di alcolici e il comportamento nel caso di disturbi alcolcorrelati: la proibizione di bere durante la guida e sul lavoro, la proibizione di dare alcolici ai bambini e ai giovani.

4. Nei programmi territoriali vanno previsti l’ambulatorio e il consultorio per i disturbi alcol correlati.

5. Se nel territorio non esistono i Club degli alcolisti in trattamento, i servizi di prevenzione e i servizi di base devono provvedere alla loro costituzione e partecipare ai loro programmi.

6. Il servizio sanitario di base e i servizi sociali dovrebbero avviare indagini epidemiologiche e provvedere alla loro corretta valutazione, per organizzare e pianificare l’attività.

7. Come per tutti i disturbi ad ampia diffusione, il medico, in specie il medico di base e l’internista, dovrebbero far propria la metodologia comune di trattamento e di riabilitazione, di valutazione dell’idoneità lavorativa e della prevenzione primaria. Per questo motivo bisogna organizzare la formazione permanente in alcologia.

8. Ogni famiglia nella quale si manifestano disturbi alcolcorrelati dovrebbe essere inserita nel trattamento e nella riabilitazione; a tal fine bisogna provvedere alla formazione degli operatori dei servizi sanitari di base sul trattamento familiare e sulla terapia familiare (Ndr Si fa esplicito riferimento all’approccio sistemico).

9. La famiglia deve essere inserita nel Club degli alcolisti in trattamento. Il Club non deve accettare più di 12 famiglie. Nel Club devono lavorare non solo i medici, ma anche gli operatori paramedici e gli operatori volontari.

10. I servizi di prevenzione organizzano i programmi di educazione alla salute suddivisi per fasce di età e per fasce di popolazione e provvedono alla formazione degli operatori. In questo lavoro si appoggiano alle organizzazioni del volontariato.

11. L’operatore sanitario contribuisce alla definizione delle norme che regolano il con-sumo delle bevande alcoliche in una data zona: ad esempio, la proibizione di bere in determinate ore della giornata, la proibizione di bere in mensa, ecc.

12. Il servizio di prevenzione primaria agisce su un territorio che di solito corrisponde al Comune; il Centro alcologico territoriale coordina il lavoro di prevenzione dei disturbi alcol correlati, il trattamento degli alcolisti e la loro riabilitazione.

I servizi di prevenzione secondaria e terziaria devono lavorare in stretta collaborazione con i servizi di prevenzione primaria nell’attività di formazione degli operatori che si occuperanno di prevenzione e, in genere, nei programmi di prevenzione primaria, e devono naturalmente provvedere ad assistere le famiglie che presentano i problemi alcolcorrelati che sono di loro competenza.Devono inoltre collaborare strettamente con le organizzazioni del volontariato, compresi i Club degli alcolisti in trattamento.

I programmi di prevenzione primaria dei disturbi alcolcorrelati nelle aziende dovrebbero essere approntati dal servizio sanitario di base, in collaborazione con la medicina del lavoro, con i Club degli alcolisti in trattamento e con le altre organizzazioni del volontariato.

Questi programmi dovrebbero tenere conto dei regolamenti esistenti nelle aziende e anche della loro specificità. A parte questi compiti specifici, questi programmi sono del tutto simili agli altri.

Conclusioni

(Ndr Hudolin enfatizza nelle conclusioni il valore dei programmi di prevenzione nel più ampio orizzonte della promozione della salute. In particolare sottolinea la necessità di ridurre i consumi di alcol nella popolazione generale e promuovere la cultura della sobrietà, culturalmente poco accettata, senza ricorrere a servizi specialistici, ma utilizzando l’organizzazione di base, primaria, di tutela e promozione nella quale i Club possono svolgere un ruolo importante)

Quando si parla di disturbi alcolcorrelati, la prevenzione primaria costituisce ovviamente la parte più importante nel programma complessivo di protezione della salute. L’attività di prevenzione è resa difficoltosa soprattutto dal fatto che il bere costituisce un modello di comportamento largamente accettato, mentre la sobrietà è criticata o rifiutata.

La prevenzione richiede una larga mobilitazione dei singoli e delle strutture della comunità, e il coordinamento fra questi. A occuparsi della prevenzione e a coordinare il lavoro dovrebbe essere il servizio sanitario di base, in collaborazione con i medici della medicina generale e il Centro territoriale alcologico. Sulla prevenzione primaria dei disturbi alcolcorrelati possiamo trarre le seguenti conclusioni:

  1. 1.     I disturbi alcolcorrelati provocano gravi disagi nella protezione della salute, e i dati epidemiologici lo dimostrano.  
    1. 2.     La diffusione dei disturbi alcolcorrelati dipende dal consumo annuo pro capite di alcol. Secondo i dati presentati, in quasi tutti i Paesi sviluppati, e ora anche in quelli in via di sviluppo, il consumo di alcol cresce molto più rapidamente di quella che è la crescita demografica; va detto che non esistono adeguati programmi di prevenzione, i soli che potrebbero garantire risultati positivi.
  • 3.     Attraverso gli interventi di prevenzione bisogna ottenere la diminuzione del consumo di bevande alcoliche.
  • 4.     Le persone che presentano disturbi alcolcorrelati devono essere avviate quanto prima al trattamento e alla riabilitazione, preferibilmente nei programmi alternativi piuttosto che nei programmi ospedalieri. Va vivamente consigliato l’inserimento nei Club degli alcolisti in trattamento e, solo in via del tutto eccezionale e quando vi sono ben precise indicazioni, ha senso ricorrere all’ospedalizzazione.
  • 5.     I servizi sanitari di base, in collaborazione con le associazioni del volontariato, dovrebbero organizzare programmi di protezione e promozione della salute mentale nelle comunità locali e nelle aziende di lavoro. Nei programmi andrebbero inclusi anche i Club degli alcolisti in trattamento, nei quali dovrebbero lavorare anche gli operatori del servizio sanitario di base.
  • 6.     I programmi di prevenzione primaria si occupano dell’attivazione e della formazione degli operatori che vengono scelti fra i medici, fra gli altri operatori sanitari sociali e nel volontariato. Il tutto deve avvenire d’intesa con i servizi deputati alla cura e alla riabilitazione. È importante che gli operatori siano sensibilizzati e possano avere una chiara opinione personale verso le bevande alcoliche e verso il bere.
  • 7.     Oltre a queste misure di educazione sanitaria, nella prevenzione dei disturbi alcolcorrelati un posto rilevante lo occupano anche le misure normative e repressive. Queste possono avere effetto solamente se sono proposte nell’ambito di un determinato contesto e se vi è la possibilità di un loro adeguato controllo. Deve chiaramente essere definito chi ha il compito di applicare queste misure, e in che modo. Le sanzioni devono essere specificate in modo inequivocabile e deve essere altrettanto chiaro chi è il responsabile della loro applicazione. Le misure repressive non fanno assolutamente parte delle attività dei servizi sanitari.
  • 8.     Le ricerche epidemiologiche e valutative aiutano significativamente i programmi di prevenzione; vanno quindi organizzate nell’ambito della prevenzione primaria della salute.
  •  
  • In conclusione va detto che il compito di provvedere alla prevenzione primaria dei disturbi alcolcorrelati è un compito davvero arduo, che non si può svolgere in fretta e in modo approssimativo. I risultati del lavoro di prevenzione non possono essere valutati nel breve periodo. Bisogna essere consapevoli del fatto che la strada da percorrere è davvero molto lunga, che il lavoro deve proseguire per anni, e che la valutazione di questo lavoro può richiedere diverse generazioni. Non bisogna però essere sfiduciati per questo; bisogna sapere che se non si inizia a operare oggi, ma si resta in attesa di tempi migliori e più sensibili alla sofferenza umana, la situazione continuerà a peggiorare.

2 commenti su “Uscita Nona – La prevenzione dei disturbi alcol correlati”

  1. RIFLESSIONI 8°/9° CAPITOLO

    Sull’eziologia dei problemi alcolcorrelati e complessi,dal mio punto di vista, c’è ben poco da aggiungere, perché,oltre a eccezioni,la stragrande maggioranza dei casi di persone che hanno appunto questi problemi dipende da cattivi stili di vita che hanno tenuto nel corso della loro vita.
    Quello che mi coinvolge attivamente è invece il 9° capitolo,dal quale emergono chiaramente due “armi” a mio avviso efficacissime di prevenzione:
    1) Il Club come”SPA per lo spirito”, dicitura a me cara,avendola anche coniata,ma cara soprattutto per il principio annesso.Chi ci conosce tende a pensare che al Club ci và SOLO chi ha o ha avuto grossi problemi alcolcorrelati e complessi, escludendo tutto il resto ed escludendosi di conseguenza.Viene quindi visto come un luogo per pochi,per disadattati, non per tutti insomma.La giusta prevenzione sta qui quindi nella promozione del Club come luogo per tutti, per famiglie,senza controindicazioni, che fa’ bene al cuore e all’anima.Occorre uscire al più presto dalla stigmatizzazione altrui di cui siamo inconsapevolmente parte attiva, raccontando sempre tanto il passato e poco il presente, dobbiamo coinvolgere maggiormente chi frequenta i Clubs e non ha avuto grossi problemi, insomma,a parlare dobbiamo essere tutti!
    2) È sempre più forte in me la necessità di avere un CENTRO ECOLOGICO-SOCIALE TERRITORIALE FUNZIONALE, è sicuramente la strada più efficace e completa per la prevenzione dei problemi alcolcorrelati e complessi,ma non solo.Darebbe realmente una marcia in più anche sotto il profilo sociale non solo nel futuro,ma soprattutto nel presente e aiuterebbe anche a sviluppare l’intento del punto 1 qui di sopra.

    Non potevamo trovarci sfida più ardua,ma si sá,a noi le cosucce facili e scontate non divertono,annoiano semmai.

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